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giovedì 21 maggio 2015

SANTA MARIAM DI GESU' CROCIFISSO ( Marjam Baourday ) Carmelitana Scalza ( 1846 - 1878 ) Parte Quarta .




SANTA MARIAM DI GESU' CROCIFISSO 
(Marjam Baourday) 
Carmelitana Scalza 
(1846-1878) 
Il Piccolo nulla

Mariam continuò a servire presso la famiglia Nadjar a Marsiglia, ma era già afferrata da una attrazione irresistibile verso il mondo soprannaturale.
A 19 anni riuscì ad entrare nel Noviziato delle Suore di San Giuseppe di Marsiglia, anche se non aveva altro da offrire che il suo amore per Dio e la sua disponibilità per i mestieri più umili.
Si offriva con gioia per tutti i lavori più pesanti. “Fare io questo, perché io avere tempo”, diceva nel suo francese approssimativo, mentre si sforzava di anticipare le compagne nella fatica.
Se la correggevano diceva: “Perdono, io molto cattiva. Tu pregare per me”. Dava del “tu” a tutti: consorelle, superiore, vescovi e cardinali. E questa rimase la sua caratteristica per sempre.
La maggior parte del tempo la passava in cucina o in lavanderia. Ma tra i fornelli e il bucato spesso cadeva in estasi e aveva visioni.
Dal giovedì al venerdì, sulle mani e sui piedi le apparivano stimmate sanguinanti, ma credeva che si trattasse di una malattia e nascondeva le ferite con ogni cura: se ne vergognava.
Siccome in Palestina aveva conosciuto dei lebbrosi, credeva di aver contratta la lebbra e diceva alla sua superiora: “Madre, stammi lontana, altrimenti prenderai la mia malattia!”. E questa, davanti a tanta ingenua umiltà, ribatteva: “Stia tranquilla, figlia mia, non è molto probabile che io la prenda”.
Il mercoledì chiedeva di prolungare il lavoro, perché doveva recuperare il tempo che avrebbe perduto “nei due giorni di malattia”.
Diceva alla superiora: “Madre, mi puoi dare qualche suora per aiutarmi a finire il bucato? Perché il giovedì e il venerdì sono malata, e vorrei finire adesso!”.
Nel 1867, in assenza della Madre generale che la capiva e la proteggeva, venne improvvisamente dimessa dal Consiglio dell'Istituto delle Suore di San Giuseppe di Marsiglia, perché ciò che le accadeva turbava troppo la comunità delle religiose.
Le consigliarono di entrare in un Carmelo, pensando che la clausura l'avrebbe meglio protetta dalla curiosità del mondo.
Giunse così al Carmelo di Pau (oggi passato ad altri religiosi), nei Bassi Pirenei, presentata dalla sua vecchia maestra di noviziato con l'assicurazione che “quella piccola araba era obbediente fino al miracolo”.
Fu accolta dalle Carmelitane Scalze di Pau e prese il nome di Suor Maria di Gesù Crocifisso.
 
Pau. Ex monastero Carmelitane Scalze

L'Apostolo San Paolo non aveva forse scritto “di non volere sapere nient'altro, se non Gesù e Gesù Crocifisso? Ebbene, per Suor Mariam questo fu vero alla lettera: non sapeva nient'altro.
Aveva ventun anni e ne dimostrava dodici, talmente era minuta. Sapeva solo fare dei lavori materiali: la cucina e il bucato e la cura dell'orto erano i suoi compiti abituali. Il resto però era tessuto da cose prodigiose.
Le estasi continuavano, ma bastava che la maestra di noviziato la richiamasse per obbedienza che ogni fenomeno straordinario si interrompeva immediatamente.
D'altra parte lei se ne vergognava, era convinta di cedere al sonno e l'angustiava il fatto di non riuscire a resistere a “quel sonno”. A volte si accusava di non saper pregare. Diceva alla Priora: “Nella preghiera non ho distrazioni, ma non riesco a concludere nemmeno la preghiera più corta. Comincio il Padre Nostro e mi fermo su queste due parole senza riuscire a continuare. Penso: Oh mio Dio, tu così grande, così potente, tu sei nostro Padre! Tu che sei in cielo, mentre noi siamo piccoli vermiciattoli, polvere, cenere.... Eppure noi abbiamo il coraggio di offenderti! Oh mio Dio, abbi pietà di noi.... E poi mi perdo e mi addormento”.
E continuava: “Se poi recito l'Ave Maria e comincio a dire alla Madonna: Sei così buona tu, così buona, o Madre mia! Tu Madre di Dio e Madre degli uomini! E noi poveri peccatori!...., poi mi perdo e mi addormento: impossibile continuare... Come devo confessarmi per il fatto che non riesco a continuare?”.
Le stimmate riprendevano sempre a sanguinare nel giorno in cui si commemorava la Passione del Signore, anzi le si era aperta una piaga sul costato simile a quella di Cristo ferito in Croce.
Le mettevano sopra dei piccoli panni bianchi per asciugare il sangue e sul panno, la macchia di sangue, da sola, prendeva la forma di un cuore sormontato da una croce e a volte si leggevano anche le iniziali di “Gesù Salvatore”. Sono reliquie che esistono ancora. 

Provava uno straordinario affetto per Papa Pio IX (oggi Beato) che chiamava “mio Padre” e che sembrava conoscere, non si sa come, tutte le sofferenze che attanagliavano la Chiesa nelle diverse parti del mondo, e prevedeva perfino certi pericoli materiali che minacciavano le persone vicine al Pontefice.
Nel 1868, dopo la preghiera, fece avvertire per tre volte il Santo Padre che la caserma più vicina al Vaticano era stata minata. Nessuno le diede ascolto. E il 23 ottobre di quello stesso anno la Caserma Serristori di Borgo Vecchio saltò in aria in pieno giorno.
Da allora a Roma cominciarono ad ascoltare con attenzione i messaggi che venivano dalla novizia di Pau. Così riuscirono per tre volte ad evitare dei disastri, quando l'anno successivo fece avvertire che, durante la celebrazione del Concilio Vaticano I, tre edifici sacri erano stati minati.
Fu così che il Papa Pio IX e il Cardinale segretario di Stato presero a interessarsi di lei e in seguito Mariam ne approfitterà per ottenere direttamente dal Santo Padre il permesso di fondare due monasteri di Carmelitane Scalze in Palestina, permesso che la curia romana purtroppo continuava ripetutamente a negare.
Ciò che colpiva in lei era il candore: proprio il candore di una bambina che non conosce malizia alcuna. Ad esso univa una generosità senza limiti: non sapeva risparmiarsi, quando c'era bisogno di lei; la mortificazione le sembrava naturale.
 Le fondatrici del Carmelo di Betlemme. Mariam è la seconda in alto
Quarta Parte
Tratto da: Padre Antonio Maria Sicari, OCD, Libro dei Santi Carmelitani, Edizioni OCD, Roma 1999, pp.105-123.




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Terziario Francescano

domenica 17 maggio 2015

SANTA MARIAM DI GESU' CROCIFISSO ( Maryam Baourday ) Carmelitana Scalza ( 1846 - 1878 ) - Parte Terza .



SANTA MARIAM DI GESU' CROCIFISSO 
(Marjam Baourday) 
Carmelitana Scalza 
(1846-1878) 
Il Piccolo nulla 

Dopo tre mesi di sofferenze, Mariam si ricordò del fratello Paolo rimasto in Palestina e tentò di mettersi in contatto con lui. Si fece scrivere una lettera la sera, di nascosto, si recò a portarla a un servo musulmano che aveva conosciuto a casa dello zio e che era in procinto di recarsi a Nazaret. Il servo conosceva le traversie e i patimenti della ragazza. 
Quando ella giunse piena d'affanno, la famiglia stava per mettersi a cena. La moglie e la madre di lui insistettero perché si fermasse a cena, la trattarono con cortesia, le fecero raccontare gli ultimi avvenimenti. L'uomo si incolleriva sempre di più: diceva che i cristiani erano senza cuore, esortava la ragazza ad abbandonare i suoi correligionari, le offriva la sua casa... 
Allora gli odi religiosi erano violenti e pronti a scoppiare per un nonnulla, come accade ancora oggi. 
Mariam reagì: “Musulmana io? Mai! Sono figlia della Chiesa Cattolica e spero di restare tale per tutta la vita”. 
Per reazione l'uomo le sferrò un calcio che la fece stramazzare a terra; poi costui, ormai accecato dall'ira, sguainò la sua scimitarra e le tagliò la gola. Per disfarsi del cadavere, lo avvolsero in un lenzuolo e lo gettarono in una buia viuzza fuori mano. 
Era il 7 settembre 1858. 

Velo di Mariam con il taglio provocato dalla scimitarra.
Che cosa sia poi accaduto lo sappiamo solo da ciò che Mariam narrò molti anni dopo, quando era già diventata una santa monaca carmelitana scalza: raccontò che le era sembrato di entrare in Paradiso, d'aver visto la Vergine e i Santi e i suoi genitori, e la gloriosa Trinità. 
Ma una voce le aveva detto: “Il tuo libro non è ancora tutto scritto” e si era trovata in una grotta, per giorni e giorni, in preda alla febbre e assistita da una giovane donna, simile a una suora, che portava un velo azzurro: costei la nutriva, la assisteva, e la faceva lungamente dormire. Dopo circa quattro settimane quella suora l'aveva condotta alla chiesa dei frati francescani e lì l'aveva lasciata. Di solito Mariam non diceva che era stata assistita dalla Vergine Santa: mostrava solo la cicatrice di dieci centimetri di lunghezza e uno di larghezza che le attraversava il collo. 
Sedici anni dopo il fatto, un celebre medico ateo che la visiterà a Marsiglia, constatando che le mancavano alcuni anelli della trachea, dirà: Un Dio ci deve essere, perché nessuno al mondo, senza un miracolo, potrebbe vivere dopo una simile ferita. 
Solo durante un'estasi avvenuta il 7 settembre 1874 la si udrà esclamare: “Oggi era con me la Madre mia. Oggi io le ho consacrato tutta la vita....La sera mi avevano tagliato la gola, e il giorno dopo già Maria mi aveva presa con sé”. 
La famiglia adottiva di Mariam si era ormai convinta della fuga di quella figlia strana e disobbediente, e Mariam non li cercò mai più. Aveva appena tredici anni. Divenne una povera serva, prima ad Alessandria d'Egitto, poi a Gerusalemme, poi a Beirut. Di preferenza sceglieva famiglie povere e finì per prendersi cura di una famigliola malata e ridotta in miseria, per la quale lei stessa si ridusse a mendicare. 
Non le mancarono traversie, pericoli, umiliazioni, ma sembrava che qualcuno sempre la proteggesse. 
Nel 1863 accettò l'invito di entrare a servizio della famiglia Nadjar, siriana, che si trasferiva a Marsiglia. 
Aveva ormai diciassette anni ed era analfabeta. 

Terza Parte 
Tratto da: Padre Antonio Maria Sicari, OCD, Libro dei Santi Carmelitani, Edizioni OCD, Roma 1999, pp.105-123. 


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giovedì 14 maggio 2015

SANTA MARIAM DI GESU' CROCIFISSO ( Marjam Baourday ) Carmelitana Scalza ( 1846 -1878 ) PARTE SECONDA .



SANTA MARIAM DI GESU' CROCIFISSO
(Marjam Baourday)
Carmelitana Scalza
(1846-1878)
Il Piccolo nulla

Era dunque il 1846. Ad Abellin, villaggio a metà strada tra Haifa e Nazaret, vive una famiglia araba di religione cristiana.
 
Il piccolo paese di Ibillin

E' una buona famiglia, di veri credenti, ma triste, perché i figli che vengono al mondo non riescono proprio a sopravvivere: ben dieci maschietti muoiono tutti in tenera età. Il padre si chiama Giorgio e il cognome che porta, Baouardy, l'ha preso dal mestiere che esercita: il polveraio. Come lui, molti nel paese guadagnano qualche soldo preparando la polvere da sparo nel mortaio di pietra. Sua moglie è una donna amata nel villaggio per la grande bontà e per la operosa solidarietà che dimostra con chiunque sia nel bisogno. Un giorno uno dei due coniugi così duramente provati si mettono in cammino verso Betlemme: un pellegrinaggio a piedi di 170 chilometri per andare a pregare sulla culla di Gesù Bambino e chiedere alla Vergine Santa la grazia di una figlia. Promettono di chiamarla Mariam.
E la bambina nasce nove mesi dopo e viene battezzata e cresimata secondo il Rito Greco-Melchita. L'anno dopo nasce anche un maschietto: Paolo.

Fonte battesimale della Chiesa di Ibillin

Tutto sembra andare per il meglio. Ma ecco che, quando Mariam non ha ancora 3 anni, sono i genitori ad andarsene: prima muore il papà e dopo alcuni giorni muore la mamma di crepacuore. La bambina restò con il ricordo del gesto profetico, pieno d'amore, compiuto dal papà negli ultimi giorni di vita. Sentendosi venir meno, egli aveva preso in braccio la sua piccola e l'aveva alzata verso un'immagine del buon San Giuseppe invocandolo:
“Grande Santo, guarda la mia piccina! La Madonna è sua Madre, sii Tu suo Padre! Veglia su di lei!”.
Alla morte dei genitori, secondo l'uso orientale, i bambini furono portati tra i parenti: Paolo fu adottato da una zia materna che abitava in un vicino villaggio, Mariam venne adottata da uno zio paterno di agiata condizione, che, dopo qualche anno, si trasferirà ad Alessandria d'Egitto. E i due fratellini non si rivedranno mai più. Dell'infanzia di Mariam non sappiamo quasi nulla, solo qualche ricordo che lei stessa racconterà più tardi, da cui traspare sempre una particolare protezione celeste.
L'episodio più delicato e intimo fu certamente quello che le accadde in occasione di un piccolo incidente domestico. Alla piccina avevano regalato alcuni uccellini in gabbia. Lei aveva voluto accudirli, ma non era stata capace: si era premurata di far loro il bagnetto, come si fa con i bambini piccoli, e gli uccellini erano morti.
Mentre li seppelliva si era sentita stringere il cuore dal dispiacere, ma una vocina dentro le aveva detto: “Vedi, tutto passa! Ma se tu vuoi dare a me il tuo cuore, io resterò con te per sempre”.
Era ancora piccola, ma quella voce non la dimenticò più. Un'altra volta, un venerando pellegrino si era presentato in casa ed era stato ospitato secondo l'uso, ed ecco che, al vedere la piccina, quegli era stato preso da una strana emozione e aveva implorato: “Custodite questa bambina, ve ne prego, custodite questa bambina!" .
Quando racconterà il fatto, dopo molti anni, Mariam nella sua sconfinata umiltà spiegherà: “Forse quel sant'uomo, prevedendo i miei peccati, era tanto preoccupato per la salvezza della mia anima!”.
In realtà cresceva come un angelo e il suo più grande desiderio era ricevere la prima Comunione. Riuscì a farla alcuni anni prima del tempo fissato perché, a forza di insistere con il prete, riuscì a strappargli un giorno un sì distratto al quale la piccola, di quasi otto anni, obbedì prontissimamente.
Quando Mariam raggiunse la pubertà – ed era già fidanzata con un lontano parente, secondo l'uso, senza neppure saperlo – le dissero che il momento di contrarre matrimonio era giunto: venne il fidanzato portando ricchi gioielli e la famiglia preparò vesti sontuose e ricamate. Mariam non si dava pace: a quella voce che aveva sentito da bambina (“Se vuoi dare a me il tuo cuore, io resterò con te per sempre”) lei aveva già risposto di sì, ed ora che aveva tredici anni non poteva pronunciare un altro sì.
I parenti non capivano, pensavano a uno di quei capricci da cui ogni tanto si lasciano afferrare le ragazzine. Chiamarono il prete e perfino il Vescovo della comunità perché spiegassero alla fanciulla il dovere di obbedire ai genitori adottivi in materia tanto grave. Il giorno in cui lo sposo si presentò per la cerimonia, e tutti aspettavano che Mariam uscisse dalla sua camera adorna di vesti preziose e di gioielli, ella si presentò con i lunghi capelli tagliati deposti su un vassoio e sui capelli c'erano i gioielli d'oro.
L'ira dello zio fu tale che la ragazza venne cacciata in cucina tra le schiave di casa e assoggettata alle loro angherie. E il confessore – che non capiva – giunse a negarle l'assoluzione e proibirle la Santa Comunione.

Seconda Parte
Tratto da: Padre Antonio Maria Sicari, OCD, Libro dei Santi Carmelitani, Edizioni OCD, Roma 1999, pp.105-123.


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domenica 10 maggio 2015

SANTA MARIAM DI GESU' CROCIFISSO ( Marjam Baourday ) CARMELITANA SCALZA ( 1846 . 1878 ) - PARTE PRIMA .



SANTA MARIAM DI GESU' CROCIFISSO 
(Marjam Baourday) 
Carmelitana Scalza 
(1846-1878) 
Il Piccolo nulla

C'è un antico testo medievale, scritto verso il 1250 da Giacomo da Varazze, che ha fatto la gioia di tante generazioni di cristiani. E' intitolato Legenda Aurea ed è un'antica raccolta di vite di santi, che i laici usavano al modo in cui i preti usavano il Breviario (quando lo usavano!): per educarsi e per pregare.
I racconti sono attenti anche alle esigenze della ricerca storica, ma non temono di dare molto spazio ai miracoli: l'intera narrazione è intessuta di prodigi, e i nostri padri si lasciavano prendere volentieri dall'ammirazione e dalla commozione.
Con il tempo l'agiografia è diventata più realista: oggi si preferisce insistere sull'ambiente storico, sociale, culturale in cui il Santo è vissuto, e ammirare piuttosto i prodigi insiti nella sua fede e nelle sue opere di carità.
I miracoli – quando è necessario rivelarli – servono a documentare, con un certo splendore, la intensità del rapporto che i Santi hanno vissuto con Dio: un Dio che a volte sembra mettere volentieri la sua Onnipotenza misericordiosa a disposizione dei sogni che essi fanno, e che sarebbero altrimenti irrealizzabili.
Ma ci sono poi epoche storiche particolari in cui gli uomini aggrediscono proprio la fede nella potenza miracolosa di Dio: la deridono, ammirano le proprie opere, le proprie conquiste, le proprie “invenzioni” vantandole come cose mirabili, e negano che Dio c'entri con la vita e ancor più che egli possa regalarci i suoi miracoli.
Allora è come se Dio decidesse di mostrarci tutta la sua divina fantasia: i miracoli e i doni più eccezionali non solo accadono a confortare l'esperienza di qualche Santo, ma sembra che questo viva proprio per permettere a Dio di operare prodigi, e per essere strumento della sua azione divina.
Ci sono Santi davanti ai quali gli increduli possono solo negare, negare, negare e basta: contro ogni evidenza, contro decine e centinaia di testimoni oculari. Perché accettare anche solo la possibilità di quel che viene raccontato scardina ogni loro scientifica certezza.
Così accadde in quella seconda metà del secolo XIX in cui molti falsi profeti sostenevano che “il futuro apparteneva oramai alla scienza”.
Ernest Renan nel suo Avénir de la Science affermava con incredibile sicumera: “Non è solo da un ragionamento, ma da tutto l'insieme delle scienze moderne che scaturisce questa importantissima conclusione: il soprannaturale non esiste”.
E Jules Simon rincarava: “La scienza poggia sulla stabilità delle leggi della natura. Dio non può nulla contro di essa. Se egli esiste non può che somigliare a un satellite che ruota attorno al cosmo, senza alcun influsso”.
Per ambedue, e molti altri con loro, la Scienza era la nuova Religione che intendevano offrire all'umanità, e potevano anche documentarne i vantaggi.
Basta pensare che tutte le “invenzioni” che hanno reso comoda la nostra esistenza, in quest'ultimo secolo, fiorirono a ritmo serrato in quegli anni: dalla bicicletta all'automobile, dal tram elettrico all'aereo, dal telefono alla radio, dal frigorifero all'ascensore, dalla lampadina alla macchina fotografica …. e si potrebbe continuare ancora per molto.
Intanto, proprio in quegli stessi anni, i “maestri” che avrebbero sradicato la fede di interi popoli e intere generazioni (Marx, Freud, Nietzsche) elaboravano le loro ideologie materialistiche e dichiaratamente anticristiane.
A Dio restava dunque solo la risposta dei Santi.
La risposta conclusiva, più travolgente e geniale, Egli la darà per mezzo di Teresa di Lisieux, con il messaggio del “ritorno all'infanzia”. Come ha scritto Jean Guitton: “Non l'infanzia che sta all'inizio della vita ed è soltanto una immagine della meta, ma l'infanzia che indica la semplicità del compimento ...quella specie di ritorno dell'essere maturo verso la sua fonte”..., un ritorno realizzato con il più totale e amoroso e commovente abbandono nelle mani di Dio Padre, in ogni circostanza della vita.
Ma la risposta della carmelitana di Lisieux – proprio perché affidata alla sua assoluta semplicità e a una “quotidianità” vissuta nell'amore, senza manifestazioni straordinarie – avrebbe lasciata impregiudicata la questione dei miracoli, cioè del diritto di Dio di mostrarci tutta la fantasia del soprannaturale.
Per questa così caratteristica risposta venne scelta un'altra Carmelitana, vissuta solo qualche decennio prima (quando ella muore, Teresa ha poco più di cinque anni): Mariam Baouardy di origine araba, che passò i suoi trentatré anni di vita tra la Palestina, l'Egitto, la Siria, la Francia, l'India e poi di nuovo la Palestina.
Un'orientale dunque, dotata anche psicologicamente e naturalmente per il compito fantasioso a cui Egli la destinava, e non intaccata da nessun influsso cosiddetto culturale, dato che non imparò mai né a leggere né a scrivere, e in monastero si dedicò solo ai lavori pesanti delle “suore converse”.
Proprio con lei, che si definiva “un piccolo nulla” , Dio decise di meravigliare il mondo.
Insistiamo su questo perché, se non si comprende ciò, la narrazione può sembrare perfino troppo strana e incredibile.
Il titolo della prima biografia che le fu dedicata fu significativamente questo: Vita meravigliosa di Suor Maria di Gesù Crocifisso.
E René Schwob, uno scrittore francese di origine ebraica, le dedicò un libro dal titolo: Legenda aurea al di là del mare, in cui definisce la vita di Mariam “una delle vite più meravigliose della storia del Cattolicesimo”, e lascia questo conclusivo commento: “Ci sia permesso auspicare che questa piccola illetterata, quando sarà avvenuta la sua canonizzazione, divenga la patrona degli intellettuali. E' ben qualificata per liberarli dall'orgoglio”.
Un altro celebre poeta romanziere – quel Francis Jammes che si proclamava sempre “entusiasta del miracolo dell'universo” - scrisse di lei: “Era una vera figlia di oriente, che cantava le lodi del Creatore servendosi di immagini belle, “ingenue”, e l'ammirò tanto da spingersi fino a scrivere al Papa per chiederne la canonizzazione.
La stessa ammirazione ebbero Léon Bloy, Jacques Maritain, Julien Green: tutti d'accordo con la definizione che diede di Mariam Baouardy la sua prima maestra di noviziato:
“E' un miracolo della grazia di Dio”.
 Prima Parte

Tratto da: Padre Antonio Maria Sicari, OCD, Libro dei Santi Carmelitani, Edizioni OCD, Roma 1999, pp.105-123.


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martedì 5 maggio 2015

4 MAGGIO SANTI GIOVANNI HOUGHTON, ROBERTO LAWRENCE, AGOSTINO WEBSTER, RICCARDO REYNOLDS - MONACI DELL'ORDINE DEI CERTOSINI, MARTIRI .

4 Maggio 
Santi Giovanni Houghton, Roberto Lawrence, 
Agostino Webster, Riccardo Reynolds 
Monaci dell’Ordine dei Certosini 
Martiri 

Cinque monaci Certosini sacerdoti inglesi furono i primi martiri ad essere uccisi per aver professato la fede cattolica sotto il regno di Enrico VIII, fautore dello scisma anglicano: i certosini Giovanni Houghton, Roberto Lawrence e Agostino Webster, il brigidino Riccardo Reynolds ed il parroco Giovanni Haile. Tutti beatificati da Papa Leone XIII il 29 dicembre 1886, solamente i primi quattro sono stati anche canonzzati da Paolo VI il 25 ottobre 1970, mentre Giovanni Haile è ancora oggi venerato solo come beato. Ai quattro santi è dedicata in particolare la presente scheda agiografica. 

Giovanni Houghton, Roberto Lawrence ed Agostino Webster, priori certosini I certosini, per quanto benvoluti essendo monaci non dediti ad alcuna attività politica, ricevettero anch’essi nella Certosa di Londra la visita dei funzionari regi che, in base al decreto emanato, chiedevano a tutti i maggiorenni, religiosi compresi, l’approvazione del ripudio da parte del re della moglie Caterina d’Aragona e dunque l’accettazione quale sovrana di Anna Bolena. 
Il priore, John Houghton, ed il procuratore finirono in carcere per aver obiettato circa la legittimità del ripudio, ma un mese dopo, convinti che tale giuramento non toccasse la fede, finirono per giurare e furono quindi liberati. Ritornati alla Certosa, convinsero i loro confratelli delle loro argomentazioni e così il 25 maggio 1534 tutti giurarono dinanzi ai funzionari, che erano tornati accompagnati dai soldati. La pace tanto auspicata durò però ben poco, infatti verso la fine del 1534 un nuovo decreto promulgato dal re e dal Parlamento ordinò a tutti i sudditi di disconoscere l’autorità del Papa, attribuendo al sovrano il ruolo di capo della Chiesa anglicana anche in ambito spirituale, prevedendo il reato di lesa maestà per coloro i quali non avessero approvato tale novità. Avutane notizia, il priore John Houghton riunì tutti i certosini ed all’unanimità si dissero pronti a morire per la fedeltà alla Chiesa di Roma. 

 
Nella certosa erano arrivati anche Robert Lawrence ed Augustine Webster,
Priori delle certose di Bellavalle e Haxholmie, i quali, messi al corrente della pericolosa situazione dei monaci, di comune accordo si recarono dal vicario del re Thomas Cromwell per implorarlo di convincere Enrico VIII ad esentarli da questo giuramento contrario alla loro fede, ma questi indignato li fece arrestare e rinchiudere nella Torre di Londra quali ribelli e traditori. 
Una settimana dopo furono processati presso Westminster, ove ribadirono il loro rifiuto, e vennero quindi condannati a morte e nuovamente incarcerati. Lì furono raggiunti da altri due sacerdoti condannati per il medesimo motivo: il brigidino Richard Reynolds
e John Haile, parroco di Isleworth. Riccardo Reynolds Non conosciamo con esattezza la data di nascita di Richard Reynolds, ma dal fatto che fu accettato quale novizio dall’Ordine di Santa Brigida nel 1512 e prese i voti l’anno seguente, deduciamo che sia nato tra il 1488 ed il 1489. Tale ordine religioso prevede infatti che i novizi possano professare i voti solo al raggiungimento dei venticinque anni di età. 
Trascorsi alcuni anni all’università di Cambridge, nel 1513 conseguì il baccellierato in teologia e dalla medesima università fu assunto quale predicatore. Prima del Concilio di Trento queste attività non erano ritenute incompatibili con lo stato di novizio di un ordine religioso. I monasteri brigidini erano composti da due comunità, maschile e femminile, separate dalla chiesa: i monaci fungevano da cappellani per le suore e la badessa era superiora di ambe le comunità. Come i suoi contemporanei, quali ad esempio i celeberrimi San John Fisher e San Thomas More, anche il Reynolds aveva ricevuto un’ottima formazione umanistica ed il cardinal Pole testimonia che “non solo era un uomo dalla vita santissima, ma era anche l’unico monaco inglese che conoscesse bene le tre lingue fondamentali, cioè il latino, il greco e l’ebraico”. 
Il Registro della biblioteca del monastero di Syon, fondato nel 1415 dal re Enrico V, annoverava ben 94 volumi a lui attribuiti ed egli fu indubbiamente un’eminente personalità della Londra del tempo. Nel 1535 fu anch’egli imprigionato nella Torre di Londra per essersi rifiutato di prestare il giuramento di supremazia. 
Il 28 aprile, durante il processo, non demordette dall’opporsi ad un’ingiusta legge contraria alla sua fede: 
“Per essere a posto con la coscienza mia e di quelli che sono presenti qui con me, io dichiaro che la nostra fede ha maggior peso ed è sorretta da maggiori testimonianze di quella vostra, perché invece delle poche testimonianze che voi avete ricavato dal Parlamento di questo solo regno, io ho dalla mia parte l’intero mondo cristiano”. 
Un testimone oculare descrisse Riccardo quale “uomo di contegno angelico, amato da tutti, e pieno di Spirito Santo”. Ormai prossimo al martirio, chiese di rinviare l’esecuzione di alcuni giorni, onde potesse “preparare la sua anima all’incontro con la morte come si conviene ad un religioso e a un buon cristiano”. 
Il cardinal Pole, nella sua “Difesa dell’unità della Chiesa”, ebbe a scrivere: 
“Non posso tralasciare di dare notizie di uno di questi martiri: è Reynolds che ho conosciuto intimamente; fu un uomo che, per la santità di vita, potrebbe essere paragonato ai primissimi che furono di esempio e di guida agli altri... era stabilito che egli dovesse dare testimonianza della verità col proprio sangue. E lo fece veramente... e con tale fermezza che, secondo quanto ho appreso da un testimone oculare, offrì il capo al mortale capestro come se lo porgesse per ricevere una collana regale piuttosto che uno strumento di morte”. 
Insieme verso il martirio Il 4 maggio 1535 i tre certosini, Padre Reynolds ed il parroco di Isleworth, indossati gli abiti religiosi furono legati stesi su delle stuoie e trascinati per le vie sassose e fangose che portavano dalla Torre di Londra al Tyburn, famigerato luogo delle esecuzioni capitali. 
Dalla finestra della sua cella il cancelliere Thomas More poté constatare assieme a sua figlia, in visita da lui, la felicità di questi santi uomini che si apprestavano ad essere i primi martiri di questa nuova persecuzione. 
John Houghton, priore di Londra, anch’egli arrestato e condannato, salì per primo il patibolo e collaborò con il boia per l’impiccagione proferendo parole di perdono e di fiducia in Dio. Non era ancora morto soffocato, che uno dei presenti tagliò la corda ed il padre cadde a terra, il boia lo denudò e gli cavò ancora vivo le viscere per poter mostrare il cuore ai consiglieri del re. Seguì poi l’esecuzione degli altri quattro. Ultimo a morire fu il Reynolds, dopo aver incoraggiato i compagni senza impallidire e perdersi d’animo nel vederli squartare e sventrare, ma prima dell’esecuzione si rivolse alla folla presente invitandola a pregare per il re, “affinché il re che, all’inizio del suo regno aveva governato con saggezza e pietà, come Salomone, non dovesse, come lui, nei suoi ultimi tempi essere sedotto dalle donne fino alla rovina”. I corpi dei martiri furono fatti a pezzi ed esposti al popolo per incutere terrore ai ‘papisti’, ma la Chiesa, che mai si dimentica dei suoi servitori più fedeli, li ha glorificati concedendo loro l’onore degli altari. 

Autore: Fabio Arduino 


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sabato 25 aprile 2015

LA VENERATA MADRE AGNESE ( PAOLINA ) DI GESU' CARMELITANA SCALZA - LA " PICCOLA MADRE " DI SANTA TERESA DI LISIEUX - VENTOTTESIMA PARTE .



La Venerata Madre 
Agnese (Paolina)di Gesù 
Carmelitana Scalza 
La “piccola madre” di Santa Teresa di Lisieux  
Luminoso tramonto” 

Non ci resta che dipingere il tramonto di questa vita lunga e feconda. Tramonto radioso, simile a quello che chiude una splendida giornata di sole.


Fino al 1945, quando una rovinosa caduta cominciò a minacciarne seriamente la salute, la vita di Madre Agnese di Gesù mantenne il suo ritmo normale ed intenso. Nel 1948, terminato il suo ritiro privato, ritornò tra noi con questo mazzetto spirituale:

“Fin dal primo giorno, Nostro Signore mi ha raggiunta nel mio viaggio, come i discepoli di Emmaus, accompagnandomi fino all'ultimo, e, da parte mia, non l'ho lasciato partire.
La mia speranza, quindi, è che sia rimasto con me, perché <<...si fa tardi ed il giorno della mia vita già declina...>>.
Della mia ed anche della vostra, care Consorelle, perché la vita, anche la più lunga, è sempre breve.
Che dobbiamo allora fare, io e voi?
Ascoltare continuamente Nostro Signore; seguirne le ispirazioni, ogni giorno, ogni ora; accettare tutto quello che permette; riporre in Lui la nostra fiducia; dire con la nostra Santa Teresa del Bambin Gesù: <<...E' sempre quello che Egli fa che io amo..>>.
Verrà un giorno, l'ultimo, ed Egli ci farà entrare nella Sua Casa; lì ci sarà dato di conoscerLo appieno << ...alla frazione del Pane...>>, nella Comunione Eterna”.
 
Ad una monaca che nell'intimità le chiese come Gesù l'avesse trattata durante quel periodo di solitudine, rispose:

...”Non con delle consolazioni, ma con delle grazie di forza e di verità...”

Verso la medesima epoca, raccontò pure:

...”Stanotte ho visto in sogno la piccola Teresa. Era come l'avevo conosciuta....e mi disse, sorridendo:
<<..Lei invecchia, mia “Piccola Madre”!>>

Le ho risposto:
...Non potrebbe dirmi nulla che mi faccia maggior piacere...

 
Non si illudeva, dunque; anzi, spesso accennava alla sua prossima morte. Già nel gennaio del 1943, all'arrivo del nuovo Cappellano, al primo incontro, gli aveva detto:

...”Lei padre, mi darà l'Estrema Unzione”....

 
Il primo novembre del 1950, Madre Agnese di Gesù potè ancora ricevere una professione. Qualche giorno dopo, cadde in uno stato di depressione totale che destò nella comunità monastica la più viva preoccupazione.
La lampada si spegne per mancanza d'olio; la vedrete addormentarsi senza più risvegliarsi, dicevano i medici.
Perciò si credette opportuno, il 12 novembre, di farle amministrare l'Estrema Unzione. Era estenuata, eppure con piena conoscenza seguì la cerimonia e alla fine, quando le si chiese se desiderasse qualche cosa, con un filo di voce, mormorò:

….”Solo il Cielo”...

 

Durante il mese di dicembre del 1950, il Carmelo di Lisieux ebbe notizia della Costituzione Apostolica <<Sponsa Christi>> datata il 21 novembre e dell'invito rivolto dal Santo Padre Pio XII alle monache di clausura di riprendere i Voti Solenni.
Dato che il Cielo conservava ancora <<la piccola Madre>>, le monache Carmelitane Scalze di Lisieux desiderarono fare, al più presto, questo dono totale nelle mani della loro Priora, Madre Agnese di Gesù.

Il ritorno della primavera permise di portarla in giardino e farle fare i suoi “cari pellegrinaggi”. Il sole la rinvigoriva, leggeva e mostrava sempre maggiore interesse ad ogni cosa.
Pareva un vero ritorno alla vita che infondeva nella comunità monastica la gioia e la speranza.
Ella però rimaneva presaga della sua prossima fine:

...”Sono come colui che è già vicino al Cielo. Gesù mi lascia ancora un po' sulla terra, ma è come se non ci fossi più....
Quanto è bello appartenere al Signore! Che belle cose ci riserva il Cielo. Non si può sapere in che cosa consista conoscerLo. Ho sete delle acque della vita Eterna!”.

Il 7 aprile del 1897, la << piccola Madre >> aveva confessato a Santa Teresa del Bambin Gesù le sue apprensioni intorno al terribile passaggio della morte, e questa le aveva risposto:

….”Il buon Dio l'assorbirà come una gocciolina di rugiada”...

La mattina del 28 luglio, giorno di sabato, il medico notò un generale indebolimento ed avvisò che la fine era imminente. Nelle prime ore del pomeriggio, il respiro affannoso si fece intermittente, ma il cuore lottò ancora per qualche ora.
La comunità monastica circondava la Madre diletta e, a malincuore, la lasciò per il canto della Salve Regina e per la benedizione del Santissimo.
Ritornò in fretta, chiamata dalla campana dell'infermeria; un quarto d'ora prima dell'Ave Maria d'un tratto, le mani inerti e ghiaccie della santa morente strinsero quelle delle infermiere intrecciate alle sue; poi i suoi begli occhi si aprirono, posando sulle sue figlie uno sguardo chiaro e lucidissimo.
Una leggera inclinazione del capo, un movimento delle labbra, un sorriso, ci dissero che era presente. Era dunque ritornata in piena conoscenza, per darci l'ultimo addio.
Piccola Madre, tutte le sue figlie le sono vicine, con Suor Genoveffa (Celina Martin).
Il suo sguardo allora le abbracciò tutte, volgendosi verso la carissima sorella Celina.....Si continuarono le invocazioni al Sacro Cuore di Gesù da lei tanto amate: <<Gesù, dolce ed umile di Cuore, prendete il mio cuore, fatelo vostro, cambiatelo con il vostro, mettetelo vicino al vostro>>.

Una nuova inclinazione del capo ci assicurò che ella si univa alla nostra preghiera.

Fu recitato a voce bassa l'Atto di Offerta di Teresa, poi disse:
<<Mio Dio, vi amo..., Vergine del Sorriso, sorridetemi....piccola Santa Teresa, aiutatemi, venitemi a prendere....>>

E Teresa discese a questo grido. In quello stesso istante, con gli occhi semichiusi, la sua << piccola Madre>> emise l'ultimo respiro e spiccò il volo per l'ineffabile incontro con il Signore.



Fine capitolo 28

Madre Agnese di Gesù, la “piccola madre di Santa Teresa di Lisieux, Editrice Ancora, 1956. A cura della Procura delle Missioni dei Carmelitani Scalzi – Roma.


LAUS  DEO

Pax et Bonum


Francesco di Santa Maria di Gesù
Terziario Francescano  

sabato 18 aprile 2015

LA VENERATA MADRE AGNESE ( PAOLINA ) DI GESU' CARMELITANA SCALZA - LA " PICCOLA MADRE " DI SANTA TERESA DI LISIEUX - VENTISETTESIMA PARTE .



La Venerata Madre 
Agnese (Paolina)di Gesù 
Carmelitana Scalza 
La “piccola madre” di Santa Teresa di Lisieux  
“La devozione Mariana”

Non ci indugeremo sulla devozione di Madre Agnese di Gesù verso la Santissima Vergine. A lei pure la Madonna aveva sorriso al mattino della vita e l'aveva poi attirata alla Montagna benedetta del Carmelo.
Dopo il ritiro del 1942, recitava tutti i giorni l'intero santo Rosario, le consorelle le chiedevano come potesse trovare il tempo, così sovraccarica di lavoro com'era e interrotta continuamente dalle necessità della comunità monastica, così rispondeva:
<<Non per nulla Dio mi ha dato della costanza! Sento poi che la Madonna ne è contenta. Me lo rende. Difatti, in un accumulo di cose che mi assediano, la sua assistenza è incredibile, specialmente nell'aiutarmi ad elevarmi al di sopra di mille piccole contrarietà. Sono in una grande pace!>>.
Fra le devozioni, notiamo solo quella che nutriva per l'Apostolo San Paolo. Aveva sempre a portata di mano, per rileggerli, tratti delle sue Lettere:
<<Gran santo questo San Paolo! - esclamava -; così ardente, zelante e così umile! Egli non dimentica mai di aver peccato e lo ricorda agli altri: “Io ho perseguitato i fedeli di Cristo”. L'amo assai il mio santo Patrono!>>.
“Carità fraterna”
Se Madre Agnese di Gesù apriva largo il suo cuore alla carità divina, è facile dedurre come ella praticasse il secondo Comandamento che il Signore assimila al primo: la carità fraterna.
Al termine della sua vita terrena, le si sarebbe potuto rivolgere la medesima domanda che i discepoli a San Giovanni: “Perché ci fai continuamente questa raccomandazione?”.
La carità fraterna era la conclusione di tutte le sue esortazioni materne, era la sua pietra di paragone per giudicare lo stato di un'anima. Sfogliamo a caso tra i suoi pensieri:
<<Quanto è buono il Signore ad offrirci delle occasioni per praticare la dolcezza, l'umiltà, la pazienza! Esse ci ricordano che ogni cosa è ordinata a staccarci sempre più dalla terra, che la nostra felicità quaggiù, aspettando il Cielo, consiste nel praticare la carità; essa difatti supplisce a tutto.
Bisogna che questo Carmelo privilegiato sia per Nostro Signore una nuova casa di Betania, più piacevole ancora della prima, perché qui Marta non è gelosa di Maria, dato che tutte adempiono la parte di Marta e di Maria, per servire ed amare Colui che, nel segreto, riserva sopra di noi i suoi incommensurabili doni.
Sapremo approfittare sempre meglio, ne sono convinta, degli inestimabili vantaggi che ci procura la vita comune, la si definisce un martirio, ciò significa che vi è una palma da cogliere.
Siate persuase che le più felici nella Comunità monastica non sono quelle che sembrano godere la fiducia dei Superiori, né quelle che brillano per le loro qualità; non quelle che hanno la consolazione di seguire le prescrizioni della Regola o quelle che sentono uno speciale trasporto per la povertà o per l'austerità. No, le più felici sono le più mortificate, cioè le più caritatevoli nelle loro azioni anche minime, perfino nei loro pensieri nei riguardi del prossimo, perché ci vuole dell'eroismo per realizzare quest'ideale di carità, ricompensato poi dalla felicità più pura>>.

Ricorda poi l'esempio di Teresa:
<<Quando la nostra piccola Santa si recava alla ricreazione, non lo faceva per ricreare se stessa, bensì il suo Diletto, mediante la carità fraterna; per ubbidire al comandamento nuovo e meritare di amare Dio sempre più, fino all'infinito. Allora, una felicità divina – felicità tanto più profonda quanto la sua abnegazione era più grande e nascosta – invadeva la sua anima, o meglio, era ella che entrava, sin da questa vita, nella gioia del suo Signore>>.
La carità di Madre Agnese di Gesù irradiava da tutta la sua persona. Dalla fanciullezza sino alla vecchiaia inoltrata, conservò un modo di fare attraente, gesti graziosi, perché naturali e spontanei. La stessa sua statura, piccola ed agile vi contribuivano; pareva “volare” da un luogo all'altro, soffermandosi appena, pur osservando ogni cosa e portando ovunque il suo sorriso, vero raggio di sole.
Era l'anima stessa della casa, tanto che le sue figlie avevano battezzato con il nome di “eclissi” l'epoca dei suoi esercizi Spirituali.
Il Reverendo p. Martin, Fondatore dei Missionari e delle Oblate di Santa Teresa del Bambin Gesù, aveva avuto occasione di vederla in uno dei suoi frequenti viaggi a Lisieux; scriveva poi ad una carmelitana: <<Sono partito da otto giorni, ma custodisco gelosamente l'impressione profonda – e tuttora vivissima – di essermi imbattuto in una immensa bontà. La cara Madre Agnese di Gesù, che impressione mi lascia! Dio le ha concesso un dono particolare che conquista gli animi, al punto che non so che cosa non sarei capace di fare per lei>>.
Notorio è il tatto squisito con il quale Santa Teresa del Bambin Gesù formava le sue novizie, confacendosi ai diversi caratteri: ora partecipava al gioco della trottola, ora proponeva quello della conchiglia a quella tal novizia che bisognava trattare con questi metodi infantili.
La sua <<piccola Madre>> non agiva altrimenti con l'antica “giocatrice di birilli sulla Montagna del Carmelo”: un male terribile, il lupus, le consumava la faccia ed ella sopportava con una rassegnazione ammirevole.
Avendo trovato, per esempio, in una rivista, una graziosa testa di bimbo coperta da un cappuccio, Madre Agnese la ritagliò e la fece avere all'ammalata con questo biglietto:
<<X....è il piccino del buon Dio. Ecco l'immagine della sua animuccia fiduciosa. Il suo lupus sta ben nascosto sotto il cappuccio dell'abbandono>>.
Un'altra volta era un morettino che le presentava con questa scritta: <<Vado in Cielo, Teresa mi aspetta. Son nera, ma son bella, a causa della sofferenza. Lo dice Gesù>>.
Oppure con queste parole: Nonostante il mio lupus vivo in una santa speranza che non sarà confusa.
La povera suora aveva formato un piccolo album di questi messaggi materni, veri fiori di gioia sparsi sulla sua croce.
Ad un'altra ammalata che stava lontano e che ella confortava con una lettera quotidiana, scriveva un giorno: <<Sto proprio affogando....però ho ancora la testa fuor d'acqua per gridarle: Coraggio! Quale felicità fra pochi giorni! Si ritorna alla patria del Carmelo in attesa di quella del Cielo!>>.
La sua bontà aveva un fascino particolare. Un giorno, tornava dal giardino tenendo in mano un'alta graminacea e scuotendola, scherzosa: << Guardate, sono grande come l'erba dei campi! Non più alta di un filo d'erba!>>.
Non faceva che sottolineare quel che altre volte aveva scritto: <<Età non può avere l'anima, come ruga non ha la colomba>>.
Era istintivo il suo orrore per tutto quello che sapeva di ostentazione, sia nelle parole che negli scritti e nelle lettere, e la combatteva nelle sue figlie. Avendo sentito dire di una superiora: “Che classe quella religiosa!”, osservò: <<Questo non si potrà mai dire di me! E proprio non ci tengo>>.
La sua semplicità, invece di velarne i pregi, accresceva il suo ascendente. Un religioso diceva di lei: “Nei rari momenti – simili a quelli di una Trasfigurazione – in cui ho potuto avvicinarla, ho soprattutto sentito, gustato, sperimentato la sua squisita bontà e la sua grande delicatezza. Tutto quello che sento di lei ha per me un fascino ineffabile”.


Fine capitolo 27
Madre Agnese di Gesù, la “piccola madre di Santa Teresa di Lisieux, Editrice Ancora, 1956. A cura della Procura delle Missioni dei Carmelitani Scalzi – Roma.




LAUS  DEO

Pax et Bonum


Francesco di Santa Maria di Gesù
Terziario Francescano