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domenica 23 agosto 2015

BEATO NICOLA DA GESTURI - CAPPUCCINO, DI PADRE LUCIANO COSSU .



BEATO NICOLA DA GESTURI 
 CAPPUCCINO 
di Padre Luciano COSSU 

Il pellegrino che, recandosi a Cagliari, sale al colle di Buoncammino ed entra nella chiesa dei frati cappuccini dedicata a S. Antonio di Padova, ma più nota come la "Chiesa di Fra Ignazio", arrivato alla cappella centrale, dell'Immacolata , non può fare a meno di soffermarsi davanti a una tomba in pietra sarda, su cui sono incise, con caratteri di bronzo, queste semplici parole: Servo di Dio fra Nicola da Gésturi - cappuccino - 4.8.1882 - 8.6.1958. 
Fra Nicola da Gesturi: un nome diventato universalmente noto come il "frate santo", non solo a Cagliari, dove visse trentaquattro anni, ma in tutta la Sardegna, e che viene ricordato insieme a quello di un altro noto cappuccino: Sant'Ignazio da Laconi . E' quasi d'obbligo, infatti, parlando di fra Nicola da Gésturi , ricordare questo confratello che lo ha preceduto nella via della santità e che, per certi versi, è diventato il suo modello. Molte sono infatti le caratteristiche che avvicinano tra loro queste due umili figure di cappuccini, sebbene siano vissuti in epoche tanto diverse. Ambedue autentici figli della Sardegna, nati in un ambiente rurale, in due piccoli villaggi poco distanti tra loro, nella medesima regione del Sarcidano e nella medesima archidiocesi di Oristano. Non basta: ambedue si fanno religiosi in età adulta, dopo non poche esitazioni, nel medesimo Ordine cappuccino; per circa quaranta anni vivono nello stesso convento, esercitando l'umile ufficio di questuante di città. Ambedue, infine, chiudono la loro esistenza terrena nel convento di S. Antonio in Cagliari, lasciando vasta eco della loro santità. I loro corpi riposano ora nella medesima chiesa, che per tanti anni fu tacita testimone delle loro elevazioni, accomunati nella medesima sorte beata. 
Un noto scrittore sardo, Francesco Alziator, ha scritto: "La santità in Sardegna è francescana ed i santi di questa nostra terra che, non a torto, è stata detta l'isola del silenzio, hanno tra le loro virtù, quella del silenzio". 
E veramente, tra i santi venerati in Sardegna, quelli canonizzati ufficialmente dalla Chiesa sono francescani: Sant'Ignazio da Laconi, cappuccino (1701-1781) ; San Salvatore da Horta, dei frati minori (m. 1567), il quale, sebbene nato in Portogallo, visse a lungo e mori in Sardegna, dove tuttora gode di una grande devozione presso il popolo sardo; ma è soprattutto a fra Nicola da Gésturi che l'Alziator si riferisce, per la diretta conoscenza che di lui ha avuto per molti anni, quando scrive che "santità del silenzio fu quella di fra Nicola da Gésturi".
 
CAPITOLO I

Il contadino.

Non dice gran chè neanche alla maggioranza dei Sardi il nome di Gésturi, il piccolo e sperduto paese dove il 4 agosto 1882 vide la luce Giovanni Angelo Salvatore Medda, il futuro fra Nicola. Ancora oggi a malapena esso raggiunge millecinquecento abitanti, per la maggior parte pastori e contadini, come pastori e contadini furono Giovanni Medda Serra e Priama Cogoni Zedda, i genitori di fra Nicola. Essi hanno cinque figli, tre maschi e due femmine, di cui Giovanni è il quarto.
Una famiglia né ricca né povera: qualche piccolo appezzamento di terra e alcuni capi di bestiame assicurano ad essa una modesta ma dignitosa esistenza. Il maggior sostentamento i Medda lo traggono dal lavoro dei campi: un lavoro duro, continuo, che inizia al levare del sole e termina al tramonto, inframmezzato da qualche piccola pausa per consumare un modesto pasto a base di pane, formaggio o, per i più poveri, con cipolle. Un lavoro, inoltre, che impegna tutta la famiglia, uomini e donne, nessuno escluso; un lavoro, infine, che comporta troppi rischi: una gelata improvvisa, un temporale fuori stagione, ed in pochi minuti viene distrutto tutto il lavoro di un intero anno, rendendo vani tanti sudori e tante fatiche.
Il piccolo Giovanni si abitua ben presto a vedere il padre partire di buon mattino e rientrare a sera inoltrata: tutto il giorno fuori casa per curare il campo o accudire al bestiame. Eppure una ricchezza la famiglia Medda la possiede ugualmente: la fede. Il padre, cristiano tutto d'un pezzo, Ë conosciuto come un "galantuomo". Per lui l'amore di Dio si traduce in opere di bene verso il prossimo, specialmente verso i più poveri. "Di cuore buono ñ ha scritto un biografo ñ amava e beneficava tutti".
In quanto alla madre, ella era semplicemente una "santa donna", e questa semplice espressione diceva tutto di lei. Non meraviglia quindi il fatto che la famiglia Medda fosse guardata con invidia e indicata da tutti come modello, per la concordia, l'unità e l'amore che in essa regnava. Ed è in questo ambiente, rustico ma sano, che il piccolo Giovanni trascorre i suoi primi anni; è qui che il suo piccolo cuore comincia ad aprirsi al soffio della grazia divina come un fiore ai primi tepori del sole primaverile.
Ben presto la morte bussa alla famiglia Medda: muore prima il padre, quando il piccolo Giovanni ha appena cinque anni, e poi la madre, quando ha appena raggiunto i tredici anni. Viene allora affidato ad un benestante del paese, suocero di sua sorella Rita, un certo Peppino Pisano, in qualità di servo, senza stipendio alcuno, accontentandosi soltanto dell'alloggio e del sostentamento. E, come un tempo il padre, così anche Giovanni riempie ora le sue giornate tra il lavoro dei campi e la custodia del bestiame. Alla morte del Pisano, il piccolo Giovanni passa definitivamente alla casa della sorella Rita, sempre in qualità di servo, facendosi notare subito per la puntualità, l'onestà e la scrupolosità con cui adempiva tutti i suoi doveri. Rimane qui fino al giorno in cui, abbandonando il paese, segue la chiamata del Signore.


CAPITOLO II


Il cappuccino.

E' in un'umida e imprecisata giornata del marzo 1911 che Giovanni Angelo Salvatore Medda bussa al convento dei cappuccini di Cagliari e chiede di esservi ricevuto come fratello laico. Il padre Martino da Sampierdarena, commissario provinciale, lo riceve benevolmente, ma soltanto come terziario. Vuole prima verificare personalmente la serietà della vocazione di questo giovanotto di ventinove anni, arrivato in convento dopo una vita dedicata completamente al lavoro dei campi e, pare, dopo qualche esitazione.
Quando Giovanni Medda cominciò a sentire la chiamata del Signore? Non è facile rispondere, perché fra Nicola non ne parlò mai con nessuno, ed anche i numerosi testimoni che lo conobbero personalmente non hanno mai saputo dare una risposta adeguata a questa domanda. Una cosa però è certa: la decisione di Giovanni Medda non fu improvvisa, ma per lungo tempo meditata, ed anche sofferta. Segni premonitori ce ne furono certamente, e tanti. La sua vita di contadino vissuta con austerità e ritiratezza nell'umile condizione di servo; il suo spirito di preghiera che lo portava in chiesa ogni volta che i suoi doveri glielo permettevano, per trascorrere intere ore davanti a Gesù Sacramentato, il suo amore per i più poveri, era già la voce di Dio che insistentemente gli indicava una via più alta e più perfetta. Il parroco di Gésturi, don Vincenzo Albano, scrisse di lui al padre commissario provinciale che gli chiedeva una testimonianza: "Ö Vi prego accettare la mia ampia dichiarazione sulle ottime qualità dell'interessato che, non senza rincrescimento, lo vedo sparire da questa parrocchia, dove è stato di continua edificazione a tutti, non solo per la specchiata pietà, ma anche per la illibatezza della vita e per l'austerità dei costumi. Mi conforta il pensiero che, trapiantato nei giardini ubertosi di san Francesco, darà frutti più abbondanti e squisiti di virtù e mi ricorderà nelle sue ferventi orazioni per ottenermi misericordia dal Signore".
Era una vita monastica quella che il giovane Giovani Medda viveva nel secolo. perché allora tardò tanto ad abbracciare lo stato religioso? Non erano certamente i beni materiali che lo trattenevano, visto che egli si adattò benissimo alla condizione di servo, pur potendo disporre di qualcosa di suo, frutto dell'eredità paterna. Questo suo temporeggiare era piuttosto un atto di umiltà, non sentendosi degno della chiamata divina; era, forse, un volere conoscere meglio la volontà di Dio, prima di compiere il gran passo. Fu una malattia che gli rivelò questa volontà divina: per un mese fu tenuto a letto da una forma reumatico-articolare, fra atroci sofferenze. Le malattie sono spesso occasione di riflessioni più intime, sono una spinta che porta a decisioni più volte rimandate, alla realizzazione di un sogno a lungo accarezzato. Giovanni Medda guarì nel corpo e anche il suo spirito si sentì finalmente libero da ogni resto di esitazione.
Il padre commissario provinciale si accorse subito di avere davanti a sé una vocazione ben maturata, fuori dal comune, e non ebbe nessun dubbio ad ammetterlo al noviziato dopo appena sette mesi di "probandato". Il 30 ottobre 1913 Giovanni Medda, insieme ad altri sei postulanti, vestiva l'abito cappuccino nel convento di Cagliari, prendendo il nome di fra Nicola da Gésturi. Maestro del noviziato era il padre Fedele da Sassari, religioso austero con sé e con gli altri, e severo fino alla pignoleria. Fu lui che "provò" la vocazione del giovane novizio. Se rimaneva ancora qualche dubbio sulla genuinità della vocazione di fra Nicola, questo fu prontamente dissipato dalla vita fervorosa del contadino di Gésturi, che per tutto l'anno di noviziato lo distinse da tutti gli altri.
Ma il convento di Cagliari si prestava poco al raccoglimento, tanto necessario alla vita dei novizi, per cui dopo otto mesi, il 13 giugno 1914, il noviziato fu trasferito a Sanluri, sempre sotto la direzione del padre Fedele da Sassari. Anche qui fra Nicola, pur non compiendo cose particolari o straordinarie, confermò "di essere chiamato da Dio alla vita religiosa cappuccina e di essere atto a servirla". così scriveva di lui il padre Fedele l'otto gennaio 1915. Non fu dunque una meraviglia per nessuno quando, il primo novembre del 1914, festa di Tutti i Santi, fra Nicola emise la professione semplice e il 16 febbraio del 1919 quella solenne, consacrandosi definitivamente e completamente a Dio.
Non fu facile, dopo il noviziato, trovare un lavoro adatto a fra Nicola. Che altro può fare di buono uno che, come lui, aveva lavorato la terra? Proprio in quel periodo, nel convento di Sassari si era reso vacante "l'ufficio" di cuciniere. I superiori pensarono a fra Nicola. La scelta però si rivelò poco felice. Il lavoro di cuoco mal si adattava al suo gusto e al suo temperamento. Non si sentiva tagliato per stare l'intera giornata a rigirarsi attorno ai fornelli, tra pentole e pignatte, per preparare ai frati il pur modesto desinare. Eppure spesso tanti "umori" e Ö malumori frateschi nascono proprio da un pranzo mal riuscito. Fra Nicola lo sapeva benissimo, e per questo cercava di fare del suo meglio, cercava nei limiti del possibile di contentare i gusti di tutti. Ma il risultato era sempre uguale, nonostante la sua buona volontà. I superiori capirono il disagio in cui si trovavano tutti: i frati e, più di loro, fra Nicola, umiliato per non aver saputo contentare i suoi confratelli. Fu mandato allora a Oristano. A fare cosa? Forse per ritornare al lavoro della terra, visto che nel convento c'era un vasto orto, dove uno come lui, pratico di orti e di campi, poteva trovarsi a suo agio. Eppure, stranamente, non fu così. Non che fra Nicola rifiutasse l'obbedienza, anzi!. Ma i superiori capirono subito che quello non era il posto adatto.
Ancora una volta l'umile fraticello dovette raccogliere le poche e povere sue cose e trasferirsi a Sanluri, il nuovo convento dove l'obbedienza dei superiori lo aveva destinato. Qui fra Nicola ritrovò l'ambiente del noviziato e questo costituì una boccata d'aria purissima per il suo spirito. La cella, la chiesa dove per mesi si era preparato con ardore alla consacrazione totale al Signore, e che poi aveva raccolto le sue parole "prometto per tutto il tempo della mia vita di vivere in obbedienza, senza proprio e in castità", diventava nuovamente per lui il rifugio abituale per le sue preghiere e le sue elevazioni. Sono ormai trascorsi dieci anni dalla sua prima professione: i frati hanno avuto modo di notare in fra Nicola un religioso sempre pronto all'obbedienza e soprattutto dotato di una grande umiltà che gli faceva ricercare sempre l'ultimo posto e dedicarsi alle cose meno appariscenti agli occhi altrui. I superiori pensarono che le doti straordinarie di cui egli era fornito potevano meglio svilupparsi in un ambiente più adatto e più vasto: il 25 gennaio del 1924 lo mandarono al convento maggiore, di Buoncammino, in Cagliari: qui egli visse per trentaquattro anni, fino al giorno della sua beata morte.


CAPITOLO III


Per le vie di Cagliari.

Mai scelta fu più felice, sia del convento come pure dell'ufficio da assegnare a fra Nicola: questuante di città. "Questuare" per un fratello laico cappuccino significa, in parole povere, andare per l'elemosina. Significa stendere la mano per chiedere e ricevere la "carità"; significa bussare a tutte le porte e ripetere infinite volte le solite parole, quasi rituali, tipiche della Sardegna: "a santu Franciscu", per S. Francesco; significa ancora camminare per ore ed ore al rigido freddo d'inverno o sotto il torrido caldo d'estate; significa infine incontrare ogni tipo di persona: chi vede nel frate l'uomo di Dio e chi, invece, vede in lui un buono a nulla e un fannullone; chi gli fa volentieri la "carità", e chi lo ricopre di ingiurie e di male parole.
Ma c'è anche un altro aspetto nella vita del cercatore cappuccino, ed è questo: che la città, con tutti i suoi aspetti positivi e negativi, può diventare il campo per un apostolato silenzioso, ma non per questo meno efficace, dove ogni persona che si incontra diventa un'anima da portare a Dio. Fu questa, in sintesi, la vita di fra Nicola durante trentaquattro anni e, prima di lui, lo fu per sant'Ignazio da Laconi, anche egli questuante per quaranta anni a Cagliari. Come zona di questua furono affidati a fra Nicola gli antichi e popolosi rioni di Castello e di Villanova e, più tardi, anche i paesi vicini del Campidano di Cagliari. Ben presto i cagliaritani si abituarono a vedere passare per le loro strade quest'umile figura di frate, scendere e salire i tortuosi vicoli di Castello, la bisaccia sulle spalle, il passo lento, occhi bassi, il rosario tra le mani, le labbra permanentemente atteggiate a preghiera. Non era certo la figura fisica di fra Nicola che poteva attirare su di lui gli sguardi degli altri; di statura piuttosto bassa, non c'era in lui niente di appariscente. Eppure il popolo cominciava a vedere in lui qualcosa di "diverso" dagli altri frati. Quella piccola figura di frate, curvo sotto il peso della bisaccia, emanava un fascino straordinario e irresistibile, era come una calamita che attirava tutti a sé. Egli era, poi, uno strano cercatore: non chiedeva mai direttamente e passava sempre oltre, quasi indifferente, come se attorno a lui non ci fosse nessuno. Difficilmente sollevava lo sguardo da terra e, quelle rare volte che lo faceva, lasciava intravedere due luminosi occhi celesti, specchio purissimo della sua anima, e due labbra sempre sorridenti, espressione vivissima della sua serenità interiore. Pochi furono coloro, anche tra gli stessi confratelli, che riuscirono a vedere questi occhi, e tutti poi testimoniarono di esserne rimasti profondamente colpiti e di reputarsi dei "fortunati".
Man mano che gli anni passavano, la figura di fra Nicola diventava sempre più familiare a Cagliari e nei paesi vicini: tutti volevano conoscerlo e vederlo. Era ormai diventata una necessità per tutti fermarlo mentre egli passava, per confidargli una pena personale, una difficoltà in famiglia. Era diventato l'amico e il confidente di tutti, di piccoli e grandi, di ricchi e poveri, di ignoranti e dotti. Scompariva allora ogni differenza o classe sociale: per fra Nicola erano soltanto persone che avevano bisogno di una parola buona e incoraggiante. E lui, nella sua umiltà e pazienza, ascoltava tutti, e tutti rimandava consolati con una semplice parola, un gesto, una promessa di preghiera. La sua era ormai diventata una "presenza" indispensabile. Tantissimi sono ancora oggi coloro che attestano di avere riacquistato la pace dell'anima, e trovata la soluzione ai loro problemi e la fiducia nella vita, grazie ad una parola di fra Nicola. E non poche furono le famiglie "scombinate" che ritrovarono il giusto equilibrio per il suo interessamento e, spesso, per il suo diretto intervento. La città di Cagliari era diventata il campo del suo apostolato, dove egli poteva spargere a larghe mani i tesori della sua carità materiale e spirituale. Giustamente qualcuno ha scritto che fra Nicola "da frate cercatore era diventato il frate cercato". E questo non solo per le strade, ma anche in convento, dove "vi era sempre qualcuno che l'aspettava per avere consigli, raccomandazioni, preghiere", ed egli "era sempre pronto ad accogliere tutte le persone che venivano alla porta del convento per avere una parola di conforto o chiedere una preghiera". La sua carità non aveva confini o eccezioni: tutti egli accoglieva e aiutava in egual misura. Gli unici privilegiati erano i poveri: andava a trovarli personalmente in casa, lui che mai varcava la soglia di nessuno, per nessun motivo.


CAPITOLO IV


Tra gli orrori di guerra.

Erano ormai gli anni tristi della guerra. Cagliari era diventata la città più martoriata d'Italia, a causa dei frequenti e massicci bombardamenti che l'avevano ridotta a un cumulo di macerie. Senza numero i morti e i feriti. Quelli che potevano, lasciavano la città per rifugiarsi nei paesi dell'interno, meno esposti agli orrori della guerra. Anche le autorità civili e religiose si erano trasferite altrove. I frati del convento di Cagliari, insieme ai fratini del Seminario Serafico, furono mandati in altri conventi. Rimasero a Cagliari soltanto quattro frati: il superiore e tre fratelli, tra i quali fra Nicola, che per nessun motivo aveva voluto lasciare la città. Nel convento fu tolta la clausura ed esso divenne il rifugio di tutti coloro che erano rimasti senza parenti e senza casa. Fra Nicola era sempre vicino a tutti, come un angelo consolatore. così descrive quei tristi giorni un testimone oculare: "Nei giorni dell'ira, quando Cagliari divenne deserto cimitero di insepolti, fra Nicola non abbandonò il suo convento Ö Egli continuò la sua missione e da mendicante divenne donatore: lui poverissimo, si mutò nell'ospite che offre. Come nelle ore più drammatiche del passato, nelle quali i conventi erano asilo, refettorio, ospedale, scuola, così il convento cagliaritano dei cappuccini tornò alla sua missione secolare, e fra Nicola da Gèsturi divenne il più valido aiuto dei pochi confratelli rimasti per nutrire e dare asilo al prossimo. Ma non fu quella la sola opera degli anni della guerra: la miserabile folla di cenciosi e degli affamati, la turba equivoca e lurida, rifugiata nelle decin
Appena terminava un bombardamento, fra Nicola usciva dal convento e si recava nei luoghi più colpiti. La sua esile figura si vedeva apparire dappertutto "Ö nelle caserme, nelle vie fatte macerie e sudiciume, nelle chiese colpite e deserte, nelle infermerie da campo". Dove c'era un morto da seppellire, un ferito da soccorrere, una lacrima da asciugare, lý fra Nicola appariva, silenzioso come una visione, e la sua presenza era sempre "un segno, un aiuto". Se quelle furono per Cagliari pagine scritte colle lacrime e col sangue di tanti innocenti, furono anche pagine luminose di carità e di abnegazione da parte di fra Nicola, che si prodigò indefessamente per alleviare nella popolazione gli orrori e i lutti causati dalla guerra.


CAPITOLO V


"Frate Silenzio"

Una caratteristica che il popolo aveva subito notato in fra Nicola era il suo continuo silenzio. Rare infatti erano le parole che egli pronunciava nei suoi lunghi giri in città. "Ö Fra Nicola amava il silenzio, parlando solo per necessità" si legge nel processo informativo diocesano. Ecco una testimonianza: "Per fra Nicola da Gesturi la santità fu silenzio. I suoi silenzi erano di una natura singolare, da trasferirsi fuori del mondo di ogni giorno. Il silenzio teneva per lui luogo del ringraziamento quando gli si dava; il silenzio era rimprovero per chi, potendo, non dava; il silenzio era risposta alle domande inutili o a quelle che non potevano avere risposta. Solo ricordando la volontà di Dio, egli rompeva il silenzio". I confratelli che hanno vissuto a lungo con lui ricordano questa caratteristica di fra Nicola. Di lui in particolare ebbe a testimoniare il padre Federico da Baselga, che per cinque anni fu commissario provinciale in Sardegna: "Di fra Nicola ricordo sempre il misterioso silenzio". Silenzio fuori e, soprattutto, dentro il convento. E' proprio su questo silenzio che qualcuno si Ë chiesto: "perché tanto silenzio nella vita di fra Nicola? Era il suo temperamento che lo portava ad essere così avaro di parole, com'è caratteristica di tanti Sardi, gelosi dei propri pensieri e sentimenti, quasi "complessati" di fronte al peso delle parole? No! perché il suo era un silenzio particolare: un modo di esprimersi liberato dal superfluo, un modo di badare alle cose essenziali senza distrazioni, senza quei "fiori" letterari che sono spesso la maschera con cui si cerca di nascondere o di riempire il vuoto interiore. In fra Nicola il silenzio Ë un punto di arrivo, non di partenza: Ë una virtù grandissima, non una mancanza".
Certo, fra Nicola era parco di parole, ma era proprio attraverso il silenzio che egli operava il bene a favore del prossimo e sempre "Ö la sua stessa presenza era un silenzio ammonitore". Era dietro questo silenzio che fra Nicola nascondeva gelosamente le più eroiche virtù: la sua obbedienza sempre pronta, la sua umiltà profondissima, soprattutto la sua povertà assoluta, come ancora oggi testimonia la sua cella conservata intatta nel convento di Cagliari, meta di numerosi visitatori che inorridiscono dinanzi a tanta povertà: un tavolaccio per letto, la spalliera di una sedia per cuscino La povertà fu una delle grandi virtù di fra Nicola, che lo spingeva ad usare abiti e sandali rozzi e già usati da altri, a conservare gelosamente i biglietti del tram, che qualche volta era obbligato a prendere, per renderne esatto conto al superiore, ad usare piccoli pezzi di carta, già scartati da altri, per scrivervi sopra i pensieri o qualche preghiera. Era nel silenzio più assoluto che fra Nicola trascorreva interminabili ore del giorno e della notte assorto in preghiera, davanti a Gesù Sacramentato o nella cappella dell'Immacolata, suo abituale rifugio dopo il rientro dalla questua.
Questo silenzio fra Nicola lo ruppe il primo giugno 1958 quando, stremato di forze, poco dopo le nove, si presentò al padre guardiano (nel linguaggio dei frati cappuccini significa "superiore") e gli disse con tutta franchezza e semplicità: "Padre guardiano, non ne posso più!", chiedendogli di essere esonerato dall'incarico della questua. Il padre guardiano capì subito che fra Nicola si avviava ormai verso la fine e lo fece accogliere nell'infermeria del convento. I fatti gli diedero ragione. Il giorno dopo - 2 giugno ñ lo stato di salute di fra Nicola si aggravò a tal punto che il medico chiamato d'urgenza, avendogli riscontrato un'ernia crurale strozzata, ne ordinò l'immediato ricovero nella vicina Clinica Lay, dove il mattino del giorno dopo fu operato d'urgenza. Fu tutto inutile. Lo stesso fra Nicola, consapevole della gravità del male, nel pomeriggio dello stesso giorno chiese l'Unzione degli infermi e il Viatico, rispondendo egli stesso alle preghiere e recitando il "confiteor".
Trascorsero così altri quattro giorni di ansie per i confratelli, che lo vegliavano amorevolmente, e di atroci dolori per fra Nicola, il quale ripeteva spesso: "Preghiamo, preghiamo", intensificando il suo spirito di preghiera, di sottomissione alla volontà di Dio e di accettazione della croce.
Il giorno sette, perduta ormai ogni speranza di salvarlo, i superiori disposero il suo trasferimento dalla Clinica all'infermeria del convento. E qui "Ö confortato da quasi tutti i religiosi del convento, che in lacrime recitavano le preghiere degli agonizzanti, tenendo stretto tra le mani il Crocifisso, spirava serenamente nel bacio del Signore. Erano le ore 0.15 esatte dell'otto giugno".
La notizia della sua morte si sparse in un baleno e, al mattino, tutti i giornali locali ne davano notizia in prima pagina, a grandi lettere. "Ë morto un santo" fu il commento unanime di tutti. Fin dal primo mattino una folla immensa si riversò nel convento e nella chiesa, chiedendo di vedere la salma di fra Nicola. Nei giorni seguenti, durante i quali la salma rimase in chiesa, esposta alla venerazione del popolo, la ressa di gente fu tanta che si dovette chiamare la forza pubblica per disciplinare l'incalzante afflusso: tutti volevano vedere e salutare per l'ultima volta l'umile cappuccino che per tanti anni avevano visto passare per le loro strade. Non mancò nessuno: dalle massime autorità civili e religiose, al più umile operaio e ai bambini delle scuole. I funerali si svolsero " il giorno dieci alle 17, partendo dalla nostra chiesa. Popolo, autorità, clero e Ordini religiosi parteciparono in numero rilevante. Si calcolò che circa sessantamila persone furono presenti. La bara fu portata a spalla dai religiosi e da laici, procedendo lentamente tra una pioggia incessante di fiori. Per più ore il traffico cittadino, dove passava il corteo, dovette essere interrotto. Non fu un funerale, ma un solenne e generale trionfo". Sulla sua tomba, nel cimitero di Bonaria, furono tracciate queste semplici parole: "Fra Nicola ñ Cappuccino ñ 1882-1958 ".


CAPITOLO VI


Ritorno al convento.

Per ventidue anni la tomba di fra Nicola fu "meta di ininterrotto pellegrinaggio di gente di ogni classe sociale che lo invocava nei suoi bisogni e lo ringraziava dei benefici ricevuti. La tomba era sempre ornata di fiori freschi". Non poche furono le grazie e i prodigi con cui il Signore si degnò, anche dopo la sua morte, di confermare la santità di fra Nicola.
Il 2 giugno 1980 le sue spoglie mortali furono traslate dal cimitero di Bonaria al convento di Sant'Antonio, tra due fitte ali di popolo. La ricognizione della salma durò tre giorni, alla presenza dell'Arcivescovo di Cagliari Mons. Giuseppe Bonfiglioli, del Ministro Provinciale Padre Marco Locche e dei Consiglieri, nonché del Postulatore Generale Padre Bernardino da Siena, del Vice-postulatore della causa di Beatificazione Padre Clemente Pilloni, di medici e di tecnici oltre altri Confratelli. Il giorno 6 giugno 1980, la salma veniva definitivamente tumulata in una tomba di pietra, nella cappella dell'Immacolata, dove fra Nicola amava ritirarsi a pregare e meditare ai piedi della Madonna.


CAPITOLO VII

Verso gli altari.

Il 10 ottobre 1966 monsignor Paolo Botto, arcivescovo di Cagliari, aprì solennemente il Processo diocesano di Canonizzazione, che il cardinale Sebastiano Baggio chiuse il 20 dicembre 1971. Nel febbraio 1978 iniziò il Processo Cognizionale presso la Sacra Congregazione delle Cause dei Santi, che si chiuse l'otto giugno 1982. Nel marzo del 1986 ebbe inizio il Processo su un asserito miracolo, attribuito a fra Nicola.
e e decine di grotte sparse per tutta la città, lo ebbe soccorritore e apostolo. Fu allora che egli ci parve ancora più santo. Egli si prodigò oltre ogni possibilità e pareva che quel deserto senza testimoni gli ispirasse nuovo zelo".
Il 25 giugno 1996 fra Nicola fu dichiarato "Venerabile" da Giovanni Paolo II. Sempre il Papa, il 21 dicembre 1998, riconobbe il miracolo attribuito al servo di Dio. La beatificazione era ormai sicura. Mancava solo la data. Ma arriva anche quella.
Fra Nicola da Gesturi viene dichiarato Beato il 3 ottobre 1999, in una Cerimonia solenne in Piazza San Pietro, celebrata dal Papa Giovanni Paolo II.



 LAUS  DEO

Pax et Bonum


Francesco di Santa Maria di Gesù
Terziario Francescano 

venerdì 10 luglio 2015

IL CANTICO DELLE CREATURE .




Il Cantico delle Creature 

Altissimu onnipotente, bon Signore 
tue so le laude, la gloria e l’onore 
e onne benedictione. 

A te, Altissimu, se konfanno 
et nullu homo ene dignu te mentovare. 

 Laudatu sì, mi Signore, cum tucte le tue 
creature, 
specialmente messer lu frate sole 
lu quale lu iorno allumini per nui. 

E ellu è bellu e radiante cum grande splendore 
 de te Altissimu porta significatione. 

 Laudatu sì, mi Signore, per sora luna e le stelle 
in celu l’ai formate clarite e preziose e belle. 

 Laudatu si, mi Signore, per frate ventu 
 e per aere e nubile e sereno e onne tempu 
 per lu quale a le tue creature dai sustentamentu. 

 Laudatu sì, mi Signore, per sor aqua, 
la quale è molto utile e humele e pretiosa e casta. 

 Laudatu sì, mi Signore, per frate focu, 
per lu quale n’allumeni la nocte 
e ellu è bellu e iocundu et robustu e forte. 

Laudatu sì, mi Signore, per sora nostra matre terra 
la quale ne sustenta e governa 
 e produce diversi fructi e colorati fiori e erba. 

Laudatu sì, mi Signore, per quilli ke perdonano 
per tuo amore 
e sostengono infirmitate e tribulatione: 
 beati quilli ke le sosterranno in pace 
ke da te, Altissimu, saranno incoronati. 

 Laudatu sì, mi Signore, per sora nostra morte 
 corporale 
 da la quale nullu homo vivente po skampare 
guai a quilli che morranno in peccato mortale. 
 
Beati quilli ke se troverà ne le tue sanctissime 
voluntati 
 ka la morte secunda non li porterà far male. 

Laudate e benedicete lu mi Signore e rengratiate 
 e servite a lui cum grande 
 humilitate. 
 Amen.

domenica 5 luglio 2015

LA SANTA DELL'EUCARISTIA SANTA GIULIANA FALCONIERI DELL'ORDINE DEI SERVI DI MARIA - DODICESIMA ED ULTIMA PARTE .

La Santa dell'Eucarestia 
Giuliana Falconieri 
dell'Ordine dei Servi di Maria 


Basilica Patriarcale di San Pietro - Santa Giuliana Falconieri - Dell'Ordine dei Servi di Maria

Cari amici e care amiche, termina così la breve biografia su Santa Giuliana Falconieri, indubbiamente una santa da riscoprire e amare, una grande santa. Da Terziario Francescano e con scarsissime conoscenze sull'Ordine dei Servi di Maria, tramite la vita di questa santa ho capito che la caratteristica propria dei santi di questo antico Ordine religioso che ha nella Vergine Santissima la propria fondatrice e Patrona principale; è proprio l'umiltà e la Carità, Carità intesa come amore per il prossimo e in modo particolare la Carità fraterna vissuta e incarnata all'interno della famiglia dei Servi e delle Serve di Maria e poi anche e soprattutto una vita condotta ad imitazione della vita terrena di Maria Santissima, una vita umile, discreta, contemplativa, testimone di Cristo Gesù con dolcezza, mitezza, bontà d'animo. 
Non è facile poter materialmente costruire una biografia su una santa vissuta nel Medioevo, per varie ragioni o perché, suppongo, si sono perduti documenti e testi importanti dell'epoca. Vi rimando all'Istituto Storico dell'Ordine dei Servi Di Maria, che so uno fra i migliori e più attenti, un istituto laborioso e serio che molto ci tiene alla storia e alla testimonianza di vita dei propri santi e che non sono pochi e tutti da riscoprire. 
Riscoprire! Compito principale affidato ai religiosi e religiose degli Ordini e Istituti di vita consacrata. Penso che Papa Francesco lo abbia ricordato durante la sua visita in Bosnia parlando ai religiosi/e: se non si guarda alla testimonianza di chi ci ha preceduto nella Sequela del Signore e ne seguiamo le orme anche a costo del martirio....per testimoniare Gesù, per essere come Lui.... Insomma, non ho il testo preciso di quel discorso di Papa Francesco, ma ho visto e udito attraverso la diretta di Sat2000 e mi sono venuti i brividi. Mi pongo una domanda: chi ascolterà le parole profetiche, chiare, dirette di Papa Francesco? 
Si parla di Ordini religiosi rilassati. A noi cristiani laici l'argomento può interessare o non interessare, c'è troppa indifferenza e con questa indifferenza, spesso indice di grande ignoranza a livello spirituale.....e di Parola del Signore....e del sentirsi parte integrante del popolo di Dio che è la Chiesa...., si lascia fare o si giudicano i religiosi, quelli reputati troppo “seri” o troppo “conservatori” mentre si applaude ai religiosi ... che ballano per le strade, quelli simpatici che vanno in TV, quelli che ....: ma non è meglio allora restare laici che bisogno c’è di farsi religioso? Mah?. 
Il problema è: che cosa si vuole dire oggi per “seri” o per “troppo conservatori”. Io mi sono levato dalla testa che a questo Papa, Papa Francesco, piacciano i religiosi o le religiose accomodanti..., troppo inclini alla mondanità, che perdono di vista quell'essere del mondo ma non del mondo, quei religiosi tutto fare....ma con poca preghiera comunitaria e personale...Io sono convinto che il Papa così la pensa. 
Una cosa è certa: dove c'è rilassatezza …. le vocazioni non fioriscono e un genitore ci pensa mille volte a mandare un figlio o una figlia in un Ordine religioso rilassato....appunto, accomodante o ancor più grave, un Ordine religioso che ha perduto di vista la propria identità, il proprio Carisma. 
Com’è bello il testo del Vaticano II Perfectae Caritatis sui religiosi. Un testo meraviglioso e stravolto dai contemporanei. Non sono né le penitenze, né le austerità, né i digiuni, né i cilici, né l'obbedienza schiacciante imposta da poveri e sprovveduti superiori ai propri sudditi di 40/50 anni fa a fare un buon religioso, né la fraternità conventuale dei giorni nostri, vissuta alla “volemose bene”(detto in romanesco) o come compagnia di amiconi.... dove ciascuno fa come meglio gli pare....e i conventi che sono diventati non case di preghiera ma dormitori dove mangiare, dormire e dove i laici...entrano ed escono.... etc... 
Vi cito un testo di Sant'Alfonso Maria de Liguori, Dottore della Chiesa, si tratta dell'inizio del primo capitolo de “Pratica di amar Gesù Cristo” , solo alcune parole: 
<< Tutta la santità e la perfezione di un'anima consiste nell'amare Gesù Cristo nostro Dio, nostro sommo bene e nostro Salvatore. Chi ama me, disse Gesù medesimo, sarà amato dall'eterno mio Padre: Ipse enim Pater amat vos, quia vos me amastis (Io. XVI, 27). Alcuni, dice San Francesco di Sales, mettono la perfezione nell'austerità della vita, altri nell'orazione, altri nella frequenza dei sacramenti, altri nelle elemosine; ma s'ingannano: la perfezione sta nell'amare Dio di tutto cuore. Scrisse l'Apostolo: Super omnia....caritatem habete, quod est vinculum perfectionis (Coloss. III, 14). 
La carità è quella che unisce e conserva tutte le virtù che rendon l'uomo perfetto. Quindi diceva Sant'Agostino: Ama, et fac quod vis: ama Dio e fa quel che vuoi; perché ad un'anima che ama Dio, lo stesso amore insegna a non fare mai cosa che gli dispiaccia, ed a far tutto ciò che gli è gradito>>. 
(Sant'Alfonso Maria de Liguori, Pratica di amar Gesù Cristo, Ed. San Paolo, 1986.) 
Penso, che allora i santi dei Servi di Maria si possono ben identificare con quanto appena ho citato di Sant'Alfonso Maria de Liguori, e del resto anche i “miei” santi francescani sono pure così: impregnati di Carità e innamorati del Crocifisso Gesù e di Maria Santissima. 
Francesco di Santa Maria di Gesù.

Da: Breve Storia dell'Ordine dei Servi di Maria, V.Benassi; O.J.Dias; F.Faustini, Ed. Missioni Servi di Maria, Roma 1984. <<....Santa Giuliana Falconieri, invece, è la prima e più importante figura femminile religiosa che incontriamo nella famiglia dei Servi di Maria. Beatificata nel 1678, fu canonizzata nel 1737. La tradizione agiografica – come scrive padre Emilio Maria Bedont dei Servi di Maria, - presenta i seguenti dati intorno alla santa. Fece la sua oblazione all'età di 15 anni, nelle mani di San Filippo Benizi, dal quale ricevette l'abito di oblata dei Servi (quindi sarebbe nata almeno nel 1270). Visse la sua oblazione in casa propria, finché morti i genitori, non raccolse intorno a sé altre compagne per fondare una comunità di vergini. Questo ideale fu raggiunto il 3 luglio del 1332. La sua morte sarebbe avvenuta il 19 giugno del 1341: molti miracoli accaddero attorno al suo sepolcro nella chiesa della Santissima Annunziata di Firenze. Secondo il predicatore e storico dell'Ordine dei Servi di Maria del Quattrocento, Fra Paolo Attavanti, Santa Giuliana fu illustre iniziatrice delle suore e delle claustrali Serve di Maria. La memoria della sua santità è legata ad una particolarissima devozione alla Santissima Eucarestia.....>>. 
Fine. 
 Santa Giuliana Falconieri

LAUS  DEO

Pax et Bonum


Francesco di Santa Maria di Gesù
Terziario Francescano 

venerdì 3 luglio 2015

LA SANTA DELL'EUCARISTIA GIULIANA FALCONIERI DELL'ORDINE DEI SERVI DI MARIA - PARTE UNDICESIMA .

La Santa dell'Eucarestia 
Giuliana Falconieri 
dell'Ordine dei Servi di Maria 









Per 220 anni il corpo di Santa Giuliana rimase indisturbato nella Cappella di famiglia intitolata all'Immacolata Concezione. Nel frattempo gli abitanti di Firenze non cessarono mai di riguardarla come loro speciale patrona e tutti veneravano la sua tomba come quella di una grande santa, tenendo per certo che un giorno sarebbe stata innalzata agli onori degli Altari. 

Santa Giuliana Falconieri Ordine Servi di Maria

Ogni anno il 19 Giugno anniversario della sua morte, ne celebravano la festa decorando la Cappella e l'altare con fiori e ricchi drappi e bruciando innumerevoli candele dinanzi alle sue reliquie. 
Finalmente, dopo lunghi secoli di attesa, giunse il giorno del grande trionfo di Santa Giuliana Falconieri, con indicibile gioia di tutto il mondo cattolico. La Santa Madre Chiesa, procedendo con le precauzioni solite per tali occasioni, dopo lungo e scrupoloso esame dei grandi miracoli a Lei attribuiti, solennemente nella persona di Papa Clemente XII canonizzò la nostra Santa il 16 luglio 1737, in mezzo alle usuali splendide feste di San Pietro e grande gloria dell'intero Ordine dei Servi di Maria e con speciale tripudio dei fiorentini. 

Santa Giuliana Falconieri Ordine Servi di Maria 

Oh Santa Giuliana, Santa dell'Eucarestia! Quasi 600 anni sono passati da quella memoranda notte, quando nell'antica Firenze lo Sposo Divino, in un eccesso del Suo amore, entrò miracolosamente nel tuo cuore, nell'oscuro convento di Via dei Servi, e tuttora la storia, tramandata nei secoli come fragranza di un dolce fiore, eco soave di musica lontana, ha meraviglioso potere di rallegrarci e lo avrà sempre sino alla fine del mondo, quando, i cieli ripiegheranno su se stessi come un panno e le stelle si disfaranno in polvere. 
Gesù Cristo ieri, oggi e sempre 
Voglia Iddio che noi del XX secolo, privilegiati dalla prassi raccomandata dalla Santa Chiesa di poter ricevere Gesù nel Sacramento del Suo amore ogni giorno, possiamo partecipare di una piccola stilla di quel fervore che animò te, o Sposa di Cristo, e così entrare nella vita eterna. 

 Santa Giuliana Falconieri Ordine Servi di Maria



Urna reliquario Santa Giuliana Falconieri
Basilica Santuario della Santissima Annunziata - Firenze  



Santa Giuliana Falconieri OSM

Fine della undicesima ed ultima parte. 


Basilica Patriarcale di San Pietro
Santa Giuliana Falconieri 



Undicesima Parte 
Tratto liberamente da: Maria Conrayville, La Santa dell'Eucarestia, Santa Giuliana dei Falconieri. Ed. L'Addolorata, Basilica SS.Annunziata, Firenze 1938. 


LAUS  DEO

Pax et Bonum


Francesco di Santa Maria di Gesù
Terziario Francescano

mercoledì 1 luglio 2015

LA SANTA DELL'EUCARISTIA GIULIANA FALCONIERI DELL'ORDINE DEI SERVI DI MARIA - PARTE DECIMA .

La Santa dell'Eucarestia 
Giuliana Falconieri 
dell'Ordine dei Servi di Maria 








Al diniego del buon sacerdote di far almeno baciare la Santa Ostia a Giuliana perché per via del suo brutto male allo stomaco nulla poteva assumere, non si dette per vinta ed ogni nuovo ostacolo accresceva il suo fervente desiderio. 
O Gesù, immortale amore, 
che mi cerchi in ogni loco, 
che sei morto per l'ardore 
troppo intenso di quel fuoco, 
che divampa nel tuo cuor. 
Vieni, vieni senza velo 
nella tua beltà pura, 
bianco giglio, Re del Cielo, 
che in quest'umile natura, 
Ti immolasti per amor. 
Non andar più lungi, o Dio, 
non percorrere altra via, 
son tua sposa, sono io; 
deh Ti prendi l'alma mia, 
Gesù caro, insieme a Te. 
Non potendo in alcun modo reprimere i potenti trasporti del cuore, con le lacrime agli occhi, fece un'ultima ardente supplica. Scongiurò il buon sacerdote a stendere un velo sul petto di Giuliana e deporvi sopra la Santa Ostia, onde il suo cuore potesse palpitare vicino al cuore di Cristo per ricevere fortezza e conforto. 
Assai perplesso e incerto sul principio, il padre Giacomo si sentì poi interiormente mosso ad acconsentire alla sua richiesta. Le distese sul petto un corporale e vi pose sopra con riverenza il Santissimo Sacramento. 
Oh prodigio! Non appena l'Eucaristica Vittima ebbe toccato quell'Altare Vivente, - disparve -, e Giuliana con flebile voce, piena di gioia ineffabile esclamò:
 
<<Oh mio dolce Gesù! DULCIS MI JESU!>>
  
e l'anima sua, pura, come colomba immacolata, se ne volò all'amplesso del Suo Creatore. 
Lo Sposo Divino delle Vergini aveva appena appagata la brama della sua diletta e da Se stesso l'aveva comunicata. Morì come aveva desiderato, intimamente unita alla di Lui Sacra Carne, e l'ultimo battito del suo cuore fedele aveva pulsato insieme a quello di Gesù.... 

Il miracolo Eucaristico in Santa Giuliana Falconieri, OSM.

Il miracolo Eucaristico in Santa Giuliana Falconieri, OSM.

Si può immaginare la grande meraviglia e la gioia di ognuno dei presenti. Il padre Giacomo dopo aver tentato di rendersi conto dello sparimento della Santa Ostia, si ritirò, pienamente convinto che Dio nel suo infinito amore aveva operato un miracolo per rendere contenta la Sua sposa Giuliana, però era rimasto completamente all'oscuro del come era avvenuto, dal momento che nessuno aveva veduto l'Ostia Santa passare per le di Lei labbra. 
Ma quando le consorelle di Giuliana con massima riverenza incominciarono a lavare e preparare il corpo della Santa per la sepoltura - quando ebbero rimossa la camicia di crini, che aderiva alla sua pelle, e sciolta la cintura di ferro, piena di acuti punte, che avevano penetrata la sua carne così profondamente da non riconoscere che cosa fosse - allora esse scoprirono nel medesimo luogo dove era stata posta la Vittima Divina, vicino al cuore, un sigillo rotondo nel cui centro era il Crocifisso formante un'esatta rappresentazione dell'Ostia, realizzando così nella stessa morte l'ardente desiderio espresso nella sua favorita giaculatoria: 
 
<< Nemo tollat a corde meo 
Amorem meum Crucifixum >> 
 
Esse la collocarono nella sontuosa cappella appartenente alla Famiglia Falconieri in Santa Maria di Cafaggio (la Santissima Annunziata in Firenze) e lì per due lunghi giorni e notti si adunò il popolo di Firenze e dei dintorni per baciarne le mani ed i piedi ed implorarne la protezione. 
E mentre giaceva là, rivestita dell'abito di Serva di Maria, che aveva tanto amato, ineffabilmente calma e pacifica, una luce tutta celeste brillava sulla sua faccia ed un sorriso di indicibile felicità sfiorava sulle sue labbra – i ciechi, i muti, gli ammalati e gli infermi di Firenze si affollavano intorno a Lei, e si racconta, che nessuna malattia resisteva al contatto del sacro corpo e dell'abito che lo copriva, e innumerevoli miracoli furono operati.

Basilica Patriarcale di San Pietro
Santa Giuliana Falconieri


Decima Parte
Tratto liberamente da: Maria Conrayville, La Santa dell'Eucarestia, Santa Giuliana dei Falconieri. Ed. L'Addolorata, Basilica SS.Annunziata, Firenze 1938. 


LAUS  DEO

Pax et Bonum


Francesco di Santa Maria di Gesù
Terziario Francescano

lunedì 29 giugno 2015

LA SANTA DELL'EUCARISTIA GIULIANA FALCONIERI DELL'ORDINE DEI SERVI DI MARIA - PARTE NONA .

La Santa dell'Eucarestia 
Giuliana Falconieri 
dell'Ordine dei Servi di Maria 






Per 34 anni Giuliana aveva fedelmente disimpegnata la carica di Priora, chiedendo spesso è vero, di essere liberata delle onerose obbligazioni che questa le apportava, e di poter passare il resto della sua vita in obbedienza e umiltà, ma non le fu possibile raggiungere mai il suo scopo, perché le suore si rifiutavano decisamente di eleggere un'altra superiora. 
Fu soltanto vicino alla fine della sua giornata terrena, quando la loro diletta Madre Giuliana aveva raggiunto il suo settantesimo anno di età, e le crescenti infermità e la malferma salute richiedevano assolutamente che fosse liberata dal grave peso, che esse scelsero Suor Giovanna Soderini a succederle, con indicibile gioia della Santa, che ora si sentiva libera per prepararsi a quel felice giorno, oramai vicino, che l'avrebbe unita per sempre al suo Diletto. 
I suoi dolori erano intensi. Mortificazioni, digiuni ed incessante lavoro avevano estenuata la sua costituzione naturalmente delicata, cagionandole un tumore allo stomaco che l'obbligava ad una completa astensione da qualunque sorta di cibo; il più piccolo sforzo che facesse per nutrirsi, era seguito da spasimi e da affannosa nausea. 
Essa però, con gli occhi rivolti al Crocifisso, sopportava silenziosamente e con gioia la sua agonia, rallegrandosi di essere degna di patire insieme a Lui. 
In quella sera, mentre giaceva morente, si presentò ai suoi occhi un calice, ancor più amaro di quello che martoriava il suo corpo verginale nelle pene dell'agonia; dinanzi a questo la sua pura anima indietreggiava, come Cristo un giorno nell'orto del Getsemani, quando: 
...ogni delitto ed ogni bruttura 
che i mortali commisero al mondo 
gli furon innanzi, qual tetra figura 
di mar nel cui torbido fondo 
Ei giaceva sommerso a morir..... 
Per la natura della malattia si vedeva impedita di ricevere la Santa Comunione, il cibo e la vita della sua anima, e noi possiamo immaginare quale debba essere stato il cordoglio provato per tale privazione dell'ardente sposa di Gesù sacramentato. 
L'angustia era estrema, ed il suo confessore fra Giacomo e le suore potevano a stento recarle un qualche sollievo. Stava ormai in procinto di spiccare il volo di questa misera terra verso quel luogo, dove “la fede cresce e l'oscurità si dilegua” ma un terribile pensiero la martoriava incessantemente. 
Era mai possibile che essa fosse destinata a non ricevere per l'ultima volta il suo Gesù – essa che fin dall'aurora della vita era vissuta per Lui e per Lui solo? 
Doveva essere questa forse la ricompensa di tutti quegli anni di lavoro, di preghiera, di digiuno e del lungo, profondo e giornaliero martirio della vita religiosa? Era mai possibile che Gesù si dimenticasse di lei? 
….il servizio perfetto a Lui reso, 
il dovere adempito con amore 
in opere, in parole, e l'innocenza 
fin a quel dì serbata senza macchia?... 
Oh, certamente no! Come poteva Giuliana morire senza di Lui? Tuttavia quando fra Giacomo, che era presente, lo fece sapere che non era possibile ricevere il Santo Viatico, ma che il suo ardente desiderio era a Gesù così caro quanto il reale ricevimento della Santa Particola, Giuliana si tranquillizzò, sostenuta da quello spirito di obbedienza e umiltà che aveva sempre avuto. 
Poi, fissando i suoi occhi morenti sulla faccia del sacerdote, lo pregò di permetterle almeno di vedere e adorare la Sacra Ostia, se non poteva riceverla. 
Il buon Padre ansioso di darle tutte le consolazioni che poteva, si affrettò a recarsi a Santa Maria di Cafaggio (la Santissima Annunziata in Firenze), e portò il Santissimo Sacramento dentro una pisside fin alla cella di Giuliana. 
Appena Giuliana scorse Nostro Signore, si gettò sul pavimento in trasporto di gioia, stendendo le sue deboli braccia in forma di croce. 




La sua faccia brillò come il sole; non più sfinita, sparuta e macilenta per l'età e la malattia, divenne anzi in un istante straordinariamente bella, come nei giorni della sua graziosa giovinezza. 
Con la massima amabilità le consorelle la rialzarono e l'adagiarono nel suo povero giaciglio. Allora con infuocati e tremuli accenti scongiurò il padre Giacomo di portarle Gesù più vicino, affinché le fosse almeno possibile di baciare con la massima riverenza la Santa Ostia, ma il sacerdote si rifiutò reputando quell'atto impossibile. 

Basilica Patriarcale di San Pietro
Santa Giuliana Falconieri 



Nona Parte 
Tratto liberamente da: Maria Conrayville, La Santa dell'Eucarestia, Santa Giuliana dei Falconieri. Ed. L'Addolorata, Basilica SS.Annunziata, Firenze 1938. 


LAUS  DEO

Pax et Bonum


Francesco di Santa Maria di Gesù
Terziario Francescano

sabato 27 giugno 2015

LA SANTA DELL'EUCARISTIA GIULIANA FALCONIERI DELL'ORDINE DEI SERVI DI MARIA - PARTE OTTAVA .

La Santa dell'Eucarestia 
Giuliana Falconieri 
dell'Ordine dei Servi di Maria 








Nell'anno 1306 dopo una lunga malattia sopportata con cristiana fortezza, passò all'eterna ricompensa l'anima di Recordata nella tarda età di 95 anni. Essa morì tra le braccia della sua cara ed unica figlia, Giuliana. Avendo così terminati gli ultimi doveri di figlia verso la sua amata genitrice, spezzato l'ultimo anello della catena che l'avvinceva al mondo, il primo atto di Giuliana fu distribuire in carità ai poveri della sua città nativa, l'immensa fortuna che aveva ereditato. Essa non fu contenta finché non si spogliò completamente di quanto possedeva, di modo che divenne veramente povera, come Colui che non aveva una pietra dove reclinare il suo capo. 
Quindi, come la colomba vola al suo riparo, lasciato per sempre il sontuoso antico palazzo di famiglia presso l'Arno, casa dei suoi antenati, andò al convento di Via dei Servi che essa stessa aveva fondato, qui inginocchiata dinanzi alle consorelle, chiese di essere ammessa nel loro numero come l'ultima e più indegna di tutte. Invano le buone suore mostrarono tutta la contentezza di averla fra loro e la pregarono di prendere la direzione della casa come la più atta ed amata superiora. Essa con calma ma risolutamente si rifiutò dicendo che era venuta esclusivamente per servire e ubbidire le altre e in tal modo assicurare la salvezza dell'anima propria. 
Visto inutile ogni tentativo, esse si rivolsero al Padre Generale dell'Ordine dei Servi di Maria, Fra Andrea Balducci, il quale, memore della profezia di San Filippo Benizi, che Giuliana sarebbe stata un giorno Fondatrice delle Serve di Maria e vedendo che essa al presente era libera di poter mandare ad esecuzione la grande opera stabilita dal suo predecessore, pensò esser questo il tempo propizio per accettare la richiesta delle suore; molto più che la loro piccola comunità si trovava in uno stato molto insicuro, mancando di un governo interno, di una superiora regolarmente eletta e di una regola per l'osservanza monastica. 
Fino a questo momento esse non erano altro che semplici Terziarie viventi insieme sotto la direzione spirituale dei Frati Servi di Maria della Chiesa della Santissima Annunziata e di Santa Giuliana stessa. La nostra Santa contava allora 36 anni di età, quando il Padre Generale dell'Ordine, Fra Andrea Balducci, ratificò la scelta che le Suore avevano unanimamente fatta e la elesse solennemente Priora della comunità, nonostante la sua estrema angustia e ripugnanza. 
La sua prima cura fu di ordinare, con l'aiuto di Sant'Alessio, le Regole per le Suore. Queste Regole disegnate e studiate nella preghiera e meditazione, furono sostanzialmente simili a quelle poi approvate da Papa Martino V e confermate da Papa Innocenzo VIII. 
Intorno al periodo del suo governo, il padre Bernardi nella sua “Storia di Santa Giuliana Falconieri” dice di lei: “....che si può assomigliare a quel falco luminoso di cui è scritto sanitas in pennis eius, perché volò sempre con piume altrettanto veloci, quanto salutifere, additando la via dell'eterna beatitudine con l'esempio, con la regola e con i santi insegnamenti. Avresti osservato in Giuliana, sui primi albori del governo, una chiarissima idea di compitissima Madre; zelante, ma non impetuosa; considerata, ma non lenta; semplice, ma con saviezza; savia, ma con semplicità; affettuosa, ma non affettata; occupata, ma non confusa; grave, ma senza altrui gravezza. Alla sola presenza di lei le amate figliole dimenticavano le penose vigilie, i lunghi digiuni, le povere mense e ogni tollerato disagio”....  
Nel 1310 un gran dolore venne nuovamente ad amareggiare la vita della nostra santa. Sant'Alessio Falconieri, ultimo dei Sette Santi Fondatori dell'Ordine dei Servi di Maria, si riposò nel Signore nel quieto ritiro della Santissima Annunziata in Firenze. 
I suoi ultimi istanti furono ineffabilmente consolati dall'apparizione del nostro Divin Redentore sotto le apparenze di un grazioso Bambino, che posò una corona di fragrantissime rose sulla sua fronte, mentre gli angeli in forma di colombe sorvolavano intorno al suo povero capezzale. 

Morte di Sant'Alessio Falconieri



Sant'Alessio Falconieri


Per circa 30 anni aveva vigilato sulle vicissitudini dell'Ordine dei servi della Beata Vergine Maria che egli tanto amava, si era rallegrato dei suoi trionfi e contristato nelle sue sventure. Non vi era allora nessuna distinzione fra religiosi ordinati presbiteri e religiosi non presbiteri, la vocazione nella medesima famiglia religiosa non prevedeva affatto distinzioni, cosa che purtroppo avverrà più tardi nel tempo con l'accentuarsi di una impostazione piuttosto clericale nelle famiglie religiose e che introdusse, di fatto, quelle distinzioni tra religiosi preti e non preti. 
Prima del suo felice transito, nel 1304 il Papa Benedetto XI, con formale ed esplicita approvazione aveva finalmente approvato l'Ordine dei Servi di Maria. L'Ordine era stabilito e la sua diletta nipote, Giuliana, aveva dato principio alle Mantellate, nome popolare dato alle Suore del Terz'Ordine. 
Era sull'imbrunire in Firenze. Per tutto il giorno il sole attraverso un mare di zaffiro aveva veleggiato come una nave d'oro; non una tenue nube era comparsa a sbiadire l'azzurra volta del cielo, ed ora, vicino al tramonto, in una fiamma di tremulo opalescente splendore, dietro le violacee colline di Fiesole, tuffava le belle cupole e torri della Città dei Fiori in un bagno di luce dorata. Da cento guglie e cento campanili echeggiavano i dolci rintocchi dell'Angelus riempiendo l'aria di melodiose note e gli stanchi cuori degli uomini di pensieri non della terra, ma di Colei, che, coronata di stelle, si chiama nostra Vita, nostra dolcezza, nostra Speranza: Maria. Là, in una misera cella del Convento di Via dei Servi di Maria, stesa su un povero giaciglio e circondata dalle sue figlie piangenti, Santa Giuliana giaceva morente. 

Basilica Patriarcale di San Pietro
Santa Giuliana Falconieri



Ottava Parte Tratto liberamente da: Maria Conrayville, La Santa dell'Eucarestia, Santa Giuliana dei Falconieri. Ed. L'Addolorata, Basilica SS.Annunziata, Firenze 1938. 


LAUS  DEO

Pax et Bonum


Francesco di Santa Maria di Gesù
Terziario Francescano